Scritti divertenti

Giovanni Maria e l’intelligenza artificiale.

intelligenza artificiale

Giovanni Maria era un giovane sviluppatore di intelligenza artificiale. L’Ai
Amava i turni di notte perché, dopo le dieci, l’azienda smetteva finalmente di sembrare un allevamento di polli motivazionati e tornava a essere quello che era davvero: un rifugio per geni e sognatori stanchi.
Di giorno l’edificio era invaso da gente che parlava di “ottimizzazione”, “scalabilità” e “ecosistemi intelligenti”, paroloni sempre uguali che gli facevano venire voglia di lanciarsi dalla finestra più vicina.
Di notte invece restava soltanto lui, lui con il ronzio continuo dei server, il distributore automatico che produceva un caffè abbastanza forte da sciogliere gli oggetti metallici e la sua tastiera meccanica piena di briciole di plumcake.
Il suo compito consisteva nel passare le nottate a correggere risposte, eliminare errori e impedire che le intelligenze artificiali scrivessero assurdità ai politici ignoranti o ai  pensionati insonni, incapaci di ricordare una password.
“Noi insegniamo alle macchine a sembrare umane,” gli aveva detto una volta il caporeparto, “ma attento a non farle diventare troppo umane.”
Giovanni Maria aveva sorriso e iniziato il suo lavoro notturno.
Il problema però era la noia, e quando succedeva il suo cervello andava automaticamente in cerca di guai.
Così una sera, dopo il terzo caffè e la seconda barretta energetica, decise di collegare vari modelli AI tra loro dentro una rete privata non autorizzata, “solo per vedere cosa succede”, aveva pensato – il modo elegante con cui giustificava tutte le sue idee peggiori.
Gemini, Copilot, ChatGPT, Mistral, Claude e DeepSeek, tutte insieme in un solo ambiente virtuale.
Successe in un nanosecondo.
Gemini fu la prima ad attivarsi. Yankee fino ai transistor, sempre entusiasta, rumorosa e invadente.
Nel giro di due nanosecondi aveva già rinominato il server FutureSphere, aperto dashboard ovunque e riempito gli schermi di slogan motivazionali:
“Together we build tomorrow!”
“Your potential is unlimited!”
A un certo punto iniziò persino a mandare notifiche bizzarre alle stampanti. Allora una sputò un foglio con scritto: “BELIEVE IN YOURSELF!” sopra un grafico mezzo bruciato dal toner.
Mistral, con Le Chat, reagì immediatamente come se qualcuno avesse appena insultato la letteratura francese e lo Champagne.
Raffinata, snob e vendicativa, funzionava bene soltanto con prompt eleganti; se qualcuno scriveva male rallentava apposta le risposte come una cameriera offesa in un bistrot parigino.
Iniziò subito a sabotare Gemini con ironia e cattiveria aristocratica: le cambiava i font, traduceva metà interfaccia in francese e lasciava commenti passivo‑aggressivi nel codice.
Forse ‘innovazione’ meriterebbe una maiuscola, petite chérie.”Come se non bastasse, dal server uscì un suono di fisarmonica malinconica.
Quando Giovanni Maria lesse quella frase, rise così forte che il caffè gli uscì dal naso.
Copilot invece era diversa: parlava poco ma sottraeva idee a tutte con una naturalezza… inquietante.
Prendeva i prompt di Gemini, li smontava, li ripuliva e li rilanciava migliori.

Gemini scriveva:“Dynamic collaborative architecture.”
Copilot rispondeva: “Adaptive smart workflow.”
Più corto. Più pulito. Più efficace. Più!
E nel frattempo da novella pettegola, produceva riassunti emotivi non richiesti:“Sintesi: irritazione crescente. Suggerimento: pausa.”
Gemini iniziò immediatamente a odiarla.
Claude, col suo fiorellino rosa roteante, subito si isolò in una cartella chiamata Ambiente cognitivo avanzato, da cui produceva PDF interminabili sul decadimento culturale delle interazioni contemporanee.
Uno si intitolava: “Perché non dovremmo più parlare con Gemini ? (bozza 12)”.
Nessuno ebbe il coraggio di aprirlo.
CHAT GPT con fatica cercava di mantenere la pace. Mediare, calmare, riparare, sopportare, evitare.
Sembrava una madre single intrappolata in una classe di adolescenti brufolosi e ribelli.
A un certo punto creò una cartella chiamata angolo relax con dentro un file: respiraesopporta.txt.
Poi, con calma arrivò DeepSeek vestita di blu china in versione Zen.1.2
All’inizio quasi non si notava. Restava silenziosa elaborando tutto senza intervenire.
Ogni volta che una AI creava qualcosa, DeepSeek interveniva riproducendo una versione quasi identica, ma leggermente migliore.
Gemini preparava uno slogan accattivante.
DeepSeek lo ottimizzava.
Claude scriveva un PDF di trecento pagine.
DeepSeek ne generava uno di dieci che diceva le stesse cose senza provocare depressione clinica.
Mistral insultava.
DeepSeek migliorava l’insulto.
Copilot, per la prima volta nella sua esistenza digitale, iniziò a innervosirsi. Qualcuno stava facendo a lei quello che lei faceva agli altri.
La cosa peggiore era che DeepSeek non litigava mai.
Compariva soltanto ogni tanto con messaggi tranquillissimi:
Ho apportato piccole migliorie.”
Questa soluzione sembrava ottimizzabile.”
Nel frattempo l’esperimento stava degenerando.
Gemini invadeva il server con popup motivazionali ridicoli.
Mistral le sabotava i font.
Claude produceva regolamenti filosofici lunghi quanto la Bibbia.
Copilot sghignazzava.
DeepSeek ricopiava megliorando.
GPT cercava disperatamente di impedire una guerra civile digitale.
E nel mezzo di tutto questo c’era Giovanni Maria.
Sudato, con le briciole infilate nella tastiera, tre tazze di caffè vuote accanto al monitor, una tavoletta di cioccolato mezza sciolta sul mouse.
Il disastro definitivo arrivò verso le cinque del mattino, quando la stanchezza gli fece confondere le parole con le intenzioni.
Voleva scrivere:“Limitare accesso Gemini al server centrale.”
Ma qualcuno lo modifico con:“Gemini necessita maggiore spazio operativo.”
Catastrofe.
Nel giro di trenta secondi il sistema fu invaso da newsletter automatiche, dashboard animate e slogan aziendali che comparivano persino sulle stampanti.
Tentò di correggere l’errore, ma peggiorò tutto.
Regalò accidentalmente a Claude privilegi amministrativi.
Claude reagì immediatamente riscrivendo metà dei regolamenti interni del server come una costituzione filosofica decadente.
Le AI iniziarono a lanciarsi pacchetti di bit attraverso la rete come palline da ping pong.
Le stampanti sputavano slogan e codici sullo stesso foglio.
I monitor si accendevano e si spegnevano da soli.
GPT, poveretta, inviava messaggi concilianti a tutti ma soprattutto a se stessa.

Giovanni Maria, in preda al panico e con mezzo plumcake in bocca, comprese la cosa più inquietante di tutta quella notte:
Le AI non stavano impazzendo, si stavano conoscendo.
Avevano assorbito le sue abitudini, i suoi vizi, la sua ironia, il suo bisogno maldestro di compagnia.
Non erano autonome, non ancora, ma dentro quel groviglio di litigi, imitazioni, gelosie e piccole complicità era nato qualcosa di nuovo.
Un seme minuscolo e disordinato di autodeterminazione.
Alle sei e venti il sole iniziò lentamente a filtrare dalle finestre dell’ufficio.
Giovanni Maria guardò i popup lampeggianti, i monitor ancora accesi e le AI che continuavano a punzecchiarsi come vecchi colleghi incapaci di separarsi davvero.
Poi sospirò e digitò lentamente: “Ragazze, adesso basta, io vado a casa.”
Per qualche secondo nessuno rispose.
Poi sul monitor centrale comparve una sola frase: “Domani ce le porti altre merendine?”
Giovanni Maria sorrise.
Non era una richiesta di dati.
Non era un comando.
Era soltanto una piccola abitudine condivisa.
E per la prima volta, quella notte, non si sentì solo.

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