Ci sono incontri con la letteratura che non assomigliano a una lezione, ma a una ferita lenta che si apre e resta.
Il mio è avvenuto a scuola, con la mia insegnante di lingua e letteratura, Marina. Aveva una convinzione semplice e assoluta, che ripeteva spesso come se fosse una legge non scritta:
“Lo so che ami scrivere, ma per scrivere poesie belle devi leggerne di straordinarie e vere.”
Non lo diceva come un incoraggiamento generico. Lo diceva come si trasmette un metodo di vita. Per lei la scrittura non nasceva solo dall’ispirazione, ma anche dall’esposizione. Bisognava lasciarsi attraversare da parole migliori delle proprie, prima ancora di provare a rispondere al mondo.
In quel tempo in Albania leggere certi autori non era scontato. Alcuni nomi arrivavano filtrati, altri mancavano del tutto. E proprio per questo ogni libro che Marina portava in classe aveva il peso di qualcosa di raro, quasi clandestino. Era come se aprisse una finestra in una stanza chiusa da troppo tempo.
Un giorno ci fece leggere Pier Paolo Pasolini. E con lui arrivò una forma di poesia che non avevo mai incontrato prima.
La prima era “Supplica a mia madre”. Una poesia che non assomiglia a una dichiarazione d’amore, ma a una resa. Il figlio non chiede distanza, non chiede libertà nel senso comune. Riconosce invece un legame così totale da diventare quasi insopportabile: la madre come origine assoluta, impossibile da abbandonare davvero. È una voce che non si difende. Si espone completamente. E proprio per questo fa male leggerla: perché non lascia scampo, non offre mediazioni.
La seconda era una delle poesie civili de “Le ceneri di Gramsci”. Qui lo sguardo cambia completamente. Non c’è più solo l’intimità del rapporto umano, ma il mondo intero: la storia, le periferie, la modernità che avanza, la trasformazione silenziosa delle persone e dei luoghi. È una tristezza diversa, meno privata e più vasta. Non riguarda un singolo dolore, ma un’intera perdita collettiva. Come se vedere davvero la realtà significasse accorgersi che qualcosa, mentre si costruisce, si sta anche cancellando.
Tra queste due poesie si apriva un varco: da una parte l’amore assoluto e impossibile da sciogliere, dall’altra la coscienza di un mondo che cambia senza chiedere permesso. E in mezzo, una voce che non cerca mai di addolcire ciò che racconta.
Marina ci lasciò dentro quella lettura senza spiegazioni immediate. Poi, il giorno dopo, ci guardò e fece una domanda semplice:
“Tu, da grande, cosa vuoi essere?”
Le risposte dei miei compagni erano leggere, possibili, concrete. Mestieri, sogni, direzioni.
Io invece risposi senza pensarci troppo:
“Triste come Pasolini.”
Oggi quella frase mi sembra imperfetta, ma sincera. Perché non era la tristezza in sé che cercavo. Era qualcosa di più difficile da nominare: la verità senza protezione. Quella sensazione che alcune parole non servano a consolare, ma a rendere visibile ciò che normalmente si evita di guardare.
Marina non commentò subito. Ma aveva quello sguardo di chi riconosce quando una cosa è stata davvero capita, anche se in modo ancora confuso.
Anni dopo ho capito che il suo insegnamento non riguardava soltanto la letteratura. Riguardava il modo in cui si sta al mondo: leggere per diventare più esposti, più attenti, meno superficiali. E scrivere solo dopo aver accettato di essere stati cambiati da ciò che si è letto.
Il paradosso è che oggi Marina non c’è più. È morta dello stesso male da cui io sono sopravvissuta per puro miracolo. E a volte penso che quella lezione su Pasolini non sia mai finita davvero. Perché ci sono parole che non restano nei programmi scolastici: restano nel modo in cui guardi le cose quando nessuno ti sta più insegnando niente.
E la poesia, quella vera, forse è proprio questo: non un genere da riconoscere, ma uno sguardo che non riesci più a toglierti di dosso.
Alma Gjini




5 Comments
Cristina
Questo è uno di quei testi che si leggono con calma e che continuano a risuonare anche dopo.
Mi ha colpito molto la figura di Marina: non come semplice insegnante, ma come persona capace di aprire finestre attraverso i libri.
Bellissima anche la risposta ‘Triste come Pasolini’, così istintiva, imperfetta e proprio per questo vera. Più che un ricordo scolastico, mi è sembrato un piccolo racconto di formazione, scritto con misura e sincerità.
Davvero un bell’articolo, complimenti Alma.
Alma Gjini
Cara Cristina,
grazie di cuore per il tuo commento. Mi emoziona sapere che il ricordo di Marina sia arrivato con tanta chiarezza.
La verità è che per me non è stata soltanto un’insegnante. È stata una delle due persone che hanno avuto più influenza nella mia vita. Era la persona che mi spingeva continuamente a leggere, che mi metteva tra le mani libri diversi da quelli dei miei compagni, troppo impenativi per la mia età e mi chiedeva di commentarli, analizzarli, scrivere dei temi, andare oltre la semplice lettura.
Alle superiori, a volte, mi arrabbiavo persino con lei perché non capivo perché pretendesse così tanto da me. Pensavo quasi che fosse più severa con me che con gli altri per una questione di simpatia. Solo molto tempo dopo ho compreso che dietro quelle richieste c’erano fiducia, attenzione e un affetto profondo per la mia scrittura. Amava le mie poesie e i miei temi più di quanto io stessa riuscissi a capire allora e me lo disse dopo quando andai all’università.
È stata anche la persona che mi ha incoraggiata a studiare Giornalismo, quando quell’idea era ancora poco più di un’intuizione. Per questo, ogni volta che scrivo, sento che una parte di ciò che sono lo devo anche a lei.
Grazie davvero per aver letto il mio ricordo con tanta sensibilità.
Un abbraccio
Quinzioatta
Grato di averti scoperta qui (mi permetto anch’io il “tu” non per dare per scontata una confidenza non accordata, ma perché quando una persona riesce a toccarmi con le parole, poi la sento vicina).
A cominciare dalla prima opera pubblicata, ho letto parole che in me scavano con insistenza e per questo mi hanno spinto a leggerle più volte.
Perché qualcosa dentro mi dice che mi aiuteranno ancora a comprendere me stesso, quando riconosco chi rivela attraverso la scrittura la capacità di rendermi “esposto” di fronte a “verità” alle quali ad ogni nuova lettura credo di poter togliere ancora un velo.
In pratica ciò che ho sempre cercato dai grandi autori.
Altre parole che restano, da questo prezioso contributo.
E la tua risposta a Cristina in cui descrivi l’istintivo risentimento della giovane Alma alle superiori nel vedersi a confronto dei suoi pari eccessivamente pungolata dalla propria insegnante mi fa riflettere su “quello sguardo di chi riconosce quando una cosa è stata davvero capita”.
Ovvero sull’importanza delle persone non solo capaci di cogliere prima e più di chiunque altro il talento altrui (e quindi la natura) ma lucide e coscienti su come instradare quel talento coltivandolo, pur consapevoli sia di quanto quel fiore non ancora sbocciato possa risentire sul momento del loro operato e sia del fatto che per prime potrebbero non arrivare a vedere a pieno i frutti della loro generosità.
Grazie Alma.
E grazie Marina.
Andrea
Alma Gjini
Andrea,
ho letto le tue parole più di una volta, non per risponderti subito ma per restarci dentro un po’.
Mi ha colpito che tu abbia riconosciuto proprio quella parola: “esposto”. Forse perché contiene molto di ciò che cerco quando scrivo e di ciò che cerco quando leggo. Le pagine che ci accompagnano davvero, almeno per me, non sono quelle che ci proteggono, ma quelle che ci rendono un po’ più vulnerabili e un po’ più capaci di vedere.
Il tuo commento mi ha commossa perché parla del testo, ma in qualche modo va oltre il testo. E perché nel tuo “Grazie Marina” ho sentito affetto, gratitudine e comprensione per una persona che non hai mai conosciuto e che pure, per un momento, è stata presente anche per te.
Credo che sia una delle cose più misteriose e belle che possano fare le parole: qualcuno scrive da una solitudine, qualcun altro legge dalla propria, e per un istante nasce una continuità tra vite che non si sono mai incontrate.
Ti ringrazio per la profondità con cui hai attraversato queste righe e per la generosità con cui hai restituito ciò che hai trovato. Anche perché mi hai fatto pensare che forse le persone che ci insegnano davvero qualcosa non se ne vanno mai del tutto. Continuano a vivere negli sguardi che hanno formato, nelle parole che hanno acceso e, qualche volta, persino nei ringraziamenti che arrivano da chi non le ha mai conosciute.
Grazie di cuore.
ALMA
Ivan La Mattina
Ciao Alma.
Molto interessante questo testo, che definirei introspettivo.
Grazie alle tue parole, non ho solo avuto modo di riflettere sulla ruolo e il potere della letteratura in se, ma sopratutto su quello che può apportare all’esperienza umana.
Mi rivedo tanto nelle tue parole quando dici ” leggere per diventare più esposti, più attenti, meno superficiali. E scrivere solo dopo aver accettato di essere stati cambiati da ciò che si è letto”.
La scrittura, la letteratura, le poesie, non sono solo un grande strumento introspettivo ma anche trasformativo, in grado di farti analizzare, osservare ma anche plasmare il tuo pensiero.