Biografia di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, un uomo che ha vissuto abbastanza per mettere gli altri a disagio
Dostoevskij, insieme a Tolstoj, è uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi. Nasce l’11 novembre 1821 a Mosca, nel padiglione di un ospedale per poveri, non per miseria, ma perché suo padre vi lavorava come medico militare. Il quartiere ospitava, nelle immediate vicinanze, un cimitero per criminali, un manicomio e un orfanotrofio, era, insomma, un contesto ottimale per diventare Dostoevskij.
Il padre: un caso clinico che Freud ha poi rivendicato
Il padre, Michail Dostoevskij, era un uomo severo, paranoico, con un’inclinazione all’alcol che peggiorò sensibilmente dopo la morte della moglie.
Muore nel 1839, quando Fëdor ha diciotto anni, ufficialmente per apoplessia. Un’altra versione, tramandata dal fratello minore Andrej, sostiene invece che i servi della gleba lo abbiano aggredito durante un accesso di violenza, immobilizzato e, secondo alcune varianti della storia, annegato nella vodka che lui stesso aveva imposto loro di produrre.
Nessuna verità verrà mai accertata: gli originali del fascicolo processuale sono stati perduti. Freud ci scriverà un saggio sull’ambivalenza filiale; Dostoevskij ci scriverà “I fratelli Karamazov”.
L’accademia militare e la fortezza senza uscita
A Pietroburgo studia ingegneria militare all’Accademia Nikolaev. Non gli interessa particolarmente, ma è abbastanza disciplinato da completare gli studi.
La leggenda vuole, ed è classificata come tale anche dagli storici, che il suo progetto di diploma consistesse nel disegno di una fortezza priva di entrate e uscite.
✦ Lo zar Nicola I, esaminando i disegni, avrebbe commentato: «Un idiota».
Se la storia fosse vera, sarebbe la prima recensione che Dostoevskij riceve; se è falsa, è comunque la più adatta alla sua personalità.
Nel frattempo traduce Balzac per sopravvivere, dorme poco e scrive molto. Quando pubblica “Povera gente” nel 1846, viene acclamato dalla critica come il nuovo Gogol’, quando pubblica “Il sosia”, la stessa critica cambia opinione e ritratta.
È il primo caso documentato di entusiasmo letterario seguito da delusione sistematica, un formato che la cultura ha poi ampiamente industrializzato.
Il patibolo: quando lo Stato diventa sadico per decreto
Nel 1849 viene arrestato per aver frequentato il Circolo Petraševskij, un gruppo di intellettuali che leggeva libri proibiti e discuteva su riforme sociali, reati sufficienti, nella Russia di Nicola I, per essere condannati a morte.
Il 22 dicembre 1849 Dostoevskij, insieme a ventuno compagni, viene incarcerato e poi portato nella piazza Semënovskaja, fatto inginocchiare e sottoposto a una cerimonia simbolica di degradazione. Ad ognuno di loro vengono spezzate le spade sopra la testa, poi legati ai pali, bendati.
Infine un plotone del Reggimento della Guardia Jaeger punta loro i fucili, sta per sparare, ma arriva un corriere a cavallo con l’ordine di grazia. La condanna viene commutata in quattro anni di lavori forzati nella citta siberiana di Omsk .
Quello che Dostoevskij scoprirà in seguito renderà l’episodio ancora più crudele: la grazia era stata pianificata fin dall’inizio. Quella che sembrava una salvezza era in realtà una messinscena studiata per terrorizzare e umiliare i condannati.
Siberia: quello che non entra nei riassunti
Quattro anni nel gulag di Omsk non sono uno scherzo.
Come nobile e prigioniero politico, è disprezzato dalla maggior parte dei compagni di reclusione, la Bibbia è l’unica consolazione e libro consentito, lui la consuma fino a scolorirne le pagine.
Nel campo osserva i compagni di prigionia, ne egistra le storie, le voci e i caratteri, scopre che la letteratura carceraria raramente è concessa e che tra i criminali più efferati si trovano anime forti, dignità intatte, persino generosità inaspettate.
Lo racconterà ne “I ricordi dalla casa dei morti-1861 e il 1862.”, sulla base di appunti clandestini.
Il libro fonda la tradizione della letteratura carceraria russa e rimane il meno “dostoevskiano” dei suoi capolavori: distaccato, quasi documentaristico, come se la Siberia gli avesse temporaneamente disattivato il pathos.
✦ Secondo una storia che circola da decenni nelle biografie popolari, era l’unico detenuto a cui non fosse permesso dormire nel dormitorio comune, per paura che i compagni lo uccidessero durante la notte. La fonte originale è irreperibile, però il tipo di storia che Dostoevskij stesso avrebbe probabilmente inventato, quindi va lasciata dov’è.
L’epilessia: il rovescio luminoso della malattia
Dostoevskij soffre di epilessia dall’adolescenza, ma forse fin dall’infanzia.
La sua forma è talmente specifica che alcuni neurologi parlano ancora oggi di “epilessia di Dostoevskij”.
Ciò che la rende insolita è l’aura che precede le crisi: pochi secondi, raramente di più, di beatitudine assoluta, chiarezza totale e sensazione di armonia con il mondo e con se stessi.
Lui stesso la descrive come qualcosa per cui varrebbe la pena cedere anni di vita, forse tutta la vita, ma poi arriva la crisi, dura, fisica, e il ritorno alla realtà avviene con le ossa che fanno male.
Il principe Myškin ne “I ricordi dalla casa dei morti pdf ” sperimenta la stessa cosa, non è una metafora né un abbellimento letterario: è neurologia autobiografica, perchè esso sapeva esattamente cosa stava descrivendo.
Il ritorno: debiti, lutti e romanzi scritti di corsa
Torna dalla Siberia e trova debiti, un fratello morto. Icontratti che firma in quegli anni ce n’è uno particolarmente rischioso: consegnare un romanzo in ventisette giorni a un editore, pena la cessione dei diritti su tutta la sua produzione futura.
Chiama una stenografa.
Si chiama Anna Grigor’evna Snitkina: laureata con lode, formatasi alla stenografia per conquistare un’indipendenza economica in un’epoca in cui, per le donne, le alternative erano poche.
Le detta “Il giocatore” in ventisei giorni, poi la sposa, Anna aveva venticinque anni meno di lui.
Negli anni successivi trascrive, edita, gestisce la casa, i debiti, i creditori e le crisi epilettiche del marito, una delle quali è descritta nelle sue memorie con una precisione clinica che farebbe invidia a un primario.
Dopo la morte di Dostoevskij, Anna fonda una delle prime case editrici femminili indipendenti della Russia, pubblica le opere complete e istituisce il museo letterario di Staraja Russa.
Il gioco d’azzardo: non un vizio, un sistema
Dostoevskij non giocava d’azzardo per svago, ci costruiva sopra una teoria, era convinto di aver trovato il metodo per battere la roulette, un metodo che applicava con la stessa ostinazione con cui scriveva i suoi romanzi e con risultati diametralmente opposti.
Perde soldi propri, soldi di Anna, pegni di ogni tipo, in ogni città europea in cui mette piede.
Smette definitivamente nel 1871, dopo una seduta a Wiesbaden, e scrive alla moglie che il demonio del gioco lo ha finalmente lasciato, Anna, prudentemente, aspetta a credergli e fa bene: ci vorrà ancora qualche mese. Poi, stranamente, è davvero finita.
✦ Nelle lettere alla moglie, in alcuni periodi descrive le patate bollite come l’unico conforto disponibile, con un’enfasi che ha portato qualcuno a concludere che avesse un rapporto quasi mistico con i tuberi. La fonte è reale; l’interpretazione mistica è un’aggiunta successiva di biografi con troppo tempo libero.
Lo spiritismo: un nemico che capisce
In quegli anni le sedute spiritiche e l’occultismo vedono un’epoca d’oro travolgente, trasformandosi da semplice moda aristocratica in una vera e propria ossessione collettiva che influenza politica e letteratura. Dostoevskij, cristiano ortodosso convinto, le combatte attivamente nei suoi articoli. Non perché gli spiriti non esistano, ma perché, anche se esistessero, sarebbero irrilevanti rispetto a Dio.
Nel 1875 partecipa con curiosità alle sedute di una medium celebre, non per crederci, ma per osservare.
✦ Secondo una fonte riportata da un Substack specializzato del 2023, che cita a sua volta memorie di seconda mano, dopo la morte di Dostoevskij un medium amico tentò di evocare il suo spirito; la vedova Anna rispose con un diniego cortese ma definitivo.
La storia non è verificabile, però perfettamente coerente con il carattere di Anna, che dopo la morte del marito smise di lasciare che altri parlassero per lui.
Gli ultimi anni: il profeta suo malgrado
Negli ultimi anni diventa una figura pubblica che non ha mai chiesto di essere, tiene discorsi, la gente piange, lui tossisce, mentre lo zar Alessandro II lo convoca a palazzo e gli chiede di fare da precettore ai figli.
Il celebre discorso su Puškin del 1880, un anno prima della morte, viene accolto come una rivelazione nazionale: gli spettatori si abbracciano e qualcuno sviene.
Dostoevskij, che ha passato la vita a essere in ritardo con i creditori e in anticipo con i problemi dell’umanità, incassa l’ovazione con il distacco di chi non si fida dei momenti troppo facili.
Finisce “I fratelli Karamazov” nel 1880, come se sapesse che sarebbe stato l’ultimo: muore il 9 febbraio 1881, di emorragia polmonare, ha cinquantanove anni, che sulla carta sono pochi, ma lui ne ha vissuti il doppio.
In conclusione
Dostoevskij non è uno scrittore: è un genere letterario a sé.
Ha attraversato abbastanza disgrazie da rifornire una generazione di romanzieri e, invece di esserne consumato, le ha trasformate in libri che non spiegano l’essere umano: lo mettono sotto pressione finché non confessa qualcosa di vero.
✦ = non documentato con certezza, ma Dostoevskij avrebbe potuto inventarselo.
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