Non c’è bisogno di un corpo
per toccare la pelle.
A volte basta che il cielo
versi una goccia di vento,
un soffio improvviso
che si appoggia sul collo
con la memoria esatta
delle tue mani.
Io ti sento.
Sento le tue mani d’aria
che mi cercano la fronte,
i tuoi baci leggeri come piuma
che scivolano sulle guance,
mentre il mondo intorno
continua a fare rumore.
È un contatto di neve e sole,
un brivido sottile
che mi parte dalle spalle
e mi scende dentro il petto.
È una febbre invisibile
che riapre le mie vene,
un passaggio d’ombra
che mi scava sotto le costole.
Usi la corrente
come fosse una mano viva,
spingendo la memoria
dritta nei miei nervi scoperti,
fino a farmi tremare la pancia,
fino a svegliare battaglie
nel sangue.
Non è un fantasma,
è un’eredità d’aria.
La tua assenza si fa carne,
si incastra nel mio respiro
con la furia di un morso
e la dolcezza di una resa.
Ti infili nei miei pori
come il freddo dentro le spighe,
senza chiedere il permesso,
senza spezzare il gambo.
E allora torno bambina
senza volerlo,
con la fronte alzata
verso una voce che non ha più casa.
Ti riconosco da niente:
da un odore di terra,
da una luce improvvisa,
da quel modo che aveva il vento
di passarmi tra i capelli
come una mano grande.
Sei latte rimasto caldo
nella tazza dell’infanzia,
il nome che il sangue pronuncia
anche quando la bocca tace.
Sei l’innesto cieco
sotto la mia pelle:
il motivo per cui la mia carne
ricorda come guarire
prima ancora di ferirsi.
Non ti muovi,
non te ne vai.
Sei la radice che non si vede
ma impedisce alla casa di cadere,
il calco che il vento lascia nel solco,
il peso che tiene il mio corpo
attaccato alla terra
anche quando tutto intorno
crolla.
© 2026 Alma Gjini. Tutti i diritti riservati.


