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Oltre la ragione

Davanti alla ragione siamo tutti uguali: due più due farà sempre quattro, indipendentemente da chi esegue il calcolo. È quando sentiamo, immaginiamo e creiamo che cominciamo a distinguerci.

La ragione, con la sua capacità di formulare principi, regole e criteri condivisibili, ci accomuna civilmente, ci permette di convivere più o meno pacificamente, ma può finire anche per conformarci.

Da secoli, se non millenni, cerchiamo di spiegare l’esperienza umana, il senso ultimo delle cose, il significato della vita e persino la nostra essenza, attribuendo alla ragione un ruolo centrale.

Questa centralità, in diversi momenti della storia del pensiero occidentale, ci ha portati anche a guardare con sospetto un’altra parte di fondamentale importanza del nostro essere: il nostro lato emotivo, la nostra creatività, ciò che sfugge al controllo della ragione.

Già Platone, nel Fedro, parlava di manía – μανία – distinguendo la comune follia da una particolare forma di “follia divina”.

La manía platonica non coincideva semplicemente con il nostro lato emotivo, ma poteva manifestarsi attraverso l’ispirazione poetica, l’amore, la profezia e l’esperienza mistico-religiosa: dimensioni dell’esperienza capaci di oltrepassare i confini della razionalità ordinaria.

È interessante, allora, pensare che già nell’antichità non tutto ciò che eccedeva la ragione venisse necessariamente considerato una forma inferiore dell’esperienza umana. In alcuni casi, poteva persino rappresentare una via verso la poesia, l’amore e il divino.

Io aggiungo che il nostro lato emotivo è parte di ciò che ci permette di vedere l’altro, di innamorarci, di compiere atti puramente compassionevoli.

La nostra creatività e il nostro estro ci permettono di distinguerci dalla massa, di immaginare, di sognare, di creare.

Ci tengo a precisare che non siamo qui a demonizzare la ragione, ma il problema nasce quando una dimensione dell’umano pretende di esaurire tutto l’umano.

La ragione è certamente una parte importante dell’esperienza umana, ma non è l’esperienza umana nella sua totalità.

Spesso ci ritroviamo a voler sopprimere le nostre emozioni e  il nostro lato creativo: dimensioni quasi inspiegabili, fuori dal nostro controllo perché, appunto, non sempre riconducibili alla logica e alla razionalità.

Chissà come mai…

Forse perché abbiamo paura di togliere le mani dal volante per un attimo e lasciarci guidare da questa energia travolgente che, delle volte, ci spinge a uscire dagli schemi, a gettare via le maschere che siamo obbligati a portare nel quotidiano.

Forse abbiamo paura della nostra stessa unicità, abbiamo paura di quello che i Greci chiamavano daímōn.

Nella cultura greca antica, il daímōn non era necessariamente un essere maligno. Era piuttosto una potenza divina o intermedia, qualcosa che si collocava tra umano e divino e che poteva orientare il destino o la vita dell’individuo.

Socrate, ad esempio, parla del proprio daimónion (δαιμόνιον), un “segno” divino che lo accompagna fin dall’infanzia e che interviene soprattutto per trattenerlo dal compiere determinate azioni.

Sarebbe anacronistico definirlo una “voce dell’autenticità” nel senso moderno del termine. Eppure, se proviamo a osservarlo con occhi contemporanei, possiamo scorgervi l’immagine suggestiva di qualcosa di profondamente personale che orienta l’individuo e che non coincide semplicemente con il ragionamento discorsivo, ma che sembra andare oltre.

Un’altra reinterpretazione del daímōn è quella moderna di James Hillman, soprattutto ne Il codice dell’anima.

Hillman, partendo anche dal mito platonico, sviluppa la famosa “teoria della ghianda”: l’idea che ciascun individuo porti con sé una propria configurazione, una vocazione, una forma particolare che cerca espressione nel corso della vita.

È chiaro che la ragione, per certi versi, ci fa sentire sicuri e in controllo.

Spesso ci illude di essere “consapevolmente” al comando degli eventi che si manifestano.

Ma siamo sicuri che riusciremo a trovare le risposte esistenziali e metafisiche che cerchiamo da millenni nella sola ragione?


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