Il marmo del camino custodisce il freddo,
la polvere ricama il vecchio specchio;
tra le poltrone logore dell’assedio
un orologio conta l’autunno vecchio.
Nessun azzardo muove le candele spente,
né l’oppio nella tazza cambia colore;
ogni cosa ritorna, immobile e presente,
tra il profumo di cera e la rosa nel vaso.
Un alfabeto d’oro, segreto e silenzioso,
pulsa nel sangue stanco come una condanna;
un software di velluto, preciso e misterioso,
disegna la materia mentre il tempo la consuma.
Oltre le nostre tende il vuoto monumentale
apre gallerie di palazzi abbandonati;
nessuna voce attraversa il silenzio uguale
di mondi senza nome, spenti e dimenticati.
Siamo un solo fiore nella serra oscura,
una singolarità di carne e di peccato;
un’eccezione sospesa dentro la natura,
un segno che qualcuno ha forse immaginato?
La cera sui merletti cola piano e imbianca,
la notte oltre i vetri rimane indifferente;
è un’arte sovrana o una geometria stanca?
L’ultimo verso tace e non svela niente.
Pino Conestabile 1977
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