tutta colpa della fallaci a Gjakova
Articoli

Tutta colpa della Fallaci

La cenere a Gjakova non cadeva davvero: restava sospesa nell’aria, densa e tiepida, e ogni tanto una folata la spingeva contro i muri anneriti, sulle automobili abbandonate, dentro i capelli, fin dentro le labbra, lasciando sulla lingua un sapore minerale e amaro.
Sapeva di carta bruciata, di plastica fusa, di legno arso, ma sotto quegli odori ce n’era un altro, più basso e più tenace, che non apparteneva alle case né agli oggetti: il sentore dolciastro e grasso della pelle umana passata per il fuoco, dei capelli bruciati che hanno un odore acre, animale, della carne che il calore ha aperto e poi lasciato raffreddare nella cenere. Cercavo ostinatamente di non riconoscerlo, perché dare un nome a certi odori significa ammettere che esistono davvero e che, da quel momento in poi, non li sentirai soltanto nell’aria: ti resteranno da qualche parte dietro la gola, pronti a tornare anni dopo senza essere stati chiamati.

Agron camminava qualche passo davanti a me, infilato in una giacca di tuta almeno tre taglie più grande, con le spalle che sembravano perdersi dentro la stoffa e le maniche sfilacciate che gli coprivano quasi interamente le mani. Non parlava da diversi minuti e aveva quel silenzio che non nasce dall’assenza di parole, ma dall’averne viste troppe diventare inutili. A un certo punto si fermò e mi afferrò per il braccio.

«Mos shko atje.»

Lo disse piano, senza guardarmi, in quel geg che era anche il mio e insieme non lo era più, con quelle vocali lunghe e nasali che mi riportavano alle montagne di Mirdita e parole che a casa avevo sentito soltanto in bocca ai vecchi, come se qui la lingua si fosse fermata a un tempo che noi avevamo lasciato indietro.

«Non andare là. Là ci sono le donne. E i bambini. Meglio non guardare.»

Guardai la sua mano stretta sulla manica della mia giacca e vidi che tremava: non del tremore leggero del freddo, ma di una scossa profonda, incontrollabile, che partiva dal polso e gli risaliva lungo l’avambraccio. Avrei dovuto fermarmi, invece feci ancora qualche passo, trascinata da quella fame maledetta di vedere con i propri occhi, che somiglia al coraggio soltanto finché non arrivi abbastanza vicino.

La terra era stata smossa da poco, scura, umida, impregnata di pioggia e di liquidi che la pioggia non riusciva più a diluire; ai bordi dello scavo il terreno cedeva sotto le scarpe e aveva assunto una consistenza molle, quasi untuosa. Poco più avanti vidi emergere dal fango una macchia di colore acceso e per un istante pensai a uno straccio, a un pezzo di stoffa trascinato dal vento, ma solo dopo capii che era un maglione di lana. Da quel maglione spuntava una mano piccolissima, il polso piegato in un angolo innaturale, le dita ancora contratte come se avessero cercato di stringere qualcosa all’ultimo momento: forse un lembo di vestito, forse un’altra mano, forse soltanto l’aria.

Non so perché, di tutto quello che vidi e respirai quel giorno, il mio cervello abbia deciso di inchiodare nella memoria proprio quella mano e il rosso sporco di quel maglione, anziché i corpi ammassati poco più avanti, le gambe intrecciate, le scarpe spaiate coperte di melma, i capelli incollati ai volti dal sangue rappreso e dalla terra, le braccia degli adulti rimaste rigide attorno ai corpi dei bambini come se la morte non fosse riuscita a sciogliere del tutto quell’ultimo gesto di protezione. C’erano bocche rimaste aperte, denti scoperti nel fango, una guancia sulla quale la pelle aveva già assunto una tonalità grigiastra, un piede nudo e minuscolo che sporgeva da sotto il fianco di una donna.

Mi si chiuse la gola in una morsa e le ginocchia cedettero. Portai d’istinto la mano alla bocca per soffocare un conato, mentre quell’odore mi riempiva il naso e la bocca fino a sembrarmi qualcosa che si potesse masticare: cenere, decomposizione, stoffa bagnata, pelle bruciata. Agron rimase alle mie spalle, immobile.

«Te l’avevo detto.»

Non c’era rimprovero nella sua voce; era peggio, perché sembrava stanco perfino di avere avuto ragione. Quando riuscii a rialzarmi, con le gambe ancora molli e la vista velata, cercai il taccuino nella tasca della giacca. La carta era umida e la punta della penna la graffiava invece di scivolare. Annotai soltanto: Gjakova. Fossa comune. Maglione rosso. Poi la mano si fermò.

Per anni, prima tra le montagne di Mirdita e poi a Tirana, con un italiano imparato dalla televisione che arrivava da oltre l’Adriatico, avevo immaginato e decifrato la guerra attraverso le pagine di chi l’aveva raccontata prima di me. Avevo divorato i reportage dal Vietnam, le cronache degli spari, dei generali, dei civili in fuga, delle stanze chiuse in cui uomini in divisa decidevano a tavolino la morte di migliaia di sconosciuti che non avrebbero mai guardato negli occhi.
Tra tutte quelle voci, quella di Oriana Fallaci mi si era piantata addosso più delle altre. Mi affascinava il fatto che avesse voluto andare là dove le cose accadevano davvero, che affrontasse guerre, potenti e versioni ufficiali senza tenersi a distanza. Credo che anche da quelle pagine sia nata la mia idea di giornalismo e, più tardi, la scelta dell’inchiesta e della cronaca nera: volevo vedere con i miei occhi, cercare ciò che rimaneva dietro una versione già confezionata, fare domande anche quando sarebbe stato più comodo non farle.

Ma avevo finito per scambiare quella durezza per una forma superiore di coraggio, come se essere una vera giornalista significasse anche riuscire a guardare l’orrore senza lasciarsene attraversare. Quel giorno, tra il fumo e il fango di Gjakova, capii quanto fosse comoda quella convinzione finché la guerra rimaneva chiusa dentro una pagina.

Tutta colpa della Fallaci, pensai, e mi venne quasi da sorridere per l’assurdità di quella frase, ma i muscoli del viso non mi obbedirono. Agron si voltò verso ciò che restava delle case alle nostre spalle.

«Hanno bruciato anche i libri.»
«Quali libri?»
«La biblioteca,» si passò una mano sul viso. «Prima bruci i libri. Poi le case. Poi le persone. Così, dopo, puoi dire che qui non c’era nessuno.»

Non scrissi quella frase, perché alcune parole non hanno bisogno di essere affidate alla carta per restare: trovano da sole il punto esatto in cui conficcarsi e da lì non si muovono più.Continuammo a camminare in un paesaggio dove persino i rumori sembravano fuori posto. I vetri frantumati sotto le scarpe producevano un crepitio sottile, delicato, e proprio per questo ancora più insopportabile. In un cortile vidi una bambola senza testa, il vestito di pizzo annerito dalla fuliggine; poco più avanti, una sciarpa a fiori era rimasta impigliata a un ferro sporgente e si muoveva appena nel vento. C’erano cocci di piatti, una sola scarpetta da bambino abbandonata sul ciglio della strada, una porta divelta appoggiata contro un muro come se qualcuno avesse pensato di rimetterla al suo posto e poi non ne avesse avuto il tempo. In una cucina sventrata vidi una tazza ancora sul tavolo, annerita da un lato, e dentro una crosta secca che poteva essere caffè; poco distante c’era un pettine da donna, con qualche capello lungo incastrato tra i denti, mentre una fotografia di famiglia era rimasta attaccata al muro solo per un angolo e il calore aveva arricciato i volti fino a renderli quasi irriconoscibili.

La guerra possiede un modo osceno di lasciare intatti i particolari, di risparmiare proprio ciò che sembra più insignificante – una tazza, un pettine, una fotografia, un vestito pulito ancora appeso – e di trasformare oggetti che il giorno prima non valevano nulla nel luogo preciso in cui si è nascosta una vita intera. Fu questo, forse, a colpirmi con una violenza ancora maggiore dei muri abbattuti: non il fatto che tutto era finito, ma che ogni cosa continuasse ostinatamente a raccontare ciò che c’era stato prima, qualcuno che aveva preparato il pranzo, rimproverato un figlio, rifatto quel letto, scelto quella camicia, lasciato una tazza sul tavolo pensando di lavarla più tardi. La normalità non era scomparsa: era rimasta smembrata tra le macerie.

Più tardi, ai margini del villaggio, incontrammo una donna immobile davanti al perimetro annerito di quella che era stata la sua casa. Portava un fazzoletto nero stretto sul capo e teniva con entrambe le mani una fotografia dentro una busta di plastica trasparente, come se ormai fosse l’unica cosa che potesse ancora proteggere. Mi parlò nel suo geg, piano, senza piangere. Dopo le prime parole si fermò e mi guardò meglio: aveva riconosciuto il mio accento, del nord come il suo, ma dall’altra parte del confine.

«Je e jona,» disse soltanto. Sei nostra. Poi mi tese la fotografia. C’era un uomo. «Scrivilo.»
«Cosa?»
Indicò con l’indice il volto. «Il nome. Scrivi il suo nome.»
Aprii il taccuino. Lei lo pronunciò lentamente, “S-u-l-e-j-m-a-n” sillaba dopo sillaba, e io lo annotai. Poi mi fece ripetere. Lo dissi ad alta voce. Solo allora riprese la fotografia e se la strinse al petto.

Non mi domandò se avrei ritrovato suo marito, non mi chiese se il giornale avrebbe pubblicato la sua storia e neppure se qualcuno, da qualche parte nel mondo, avrebbe fatto qualcosa; voleva il nome, soltanto quello, voleva che il suo nome fosse scritto da qualche parte, affidato a una pagina estranea perché non scomparisse insieme alla casa, alle fotografie, alle stanze, alle cose che fino a pochi giorni prima gli appartenevano. Forse il nostro mestiere serviva anche a questo: non a salvare vite, perché sarebbe stata un’illusione arrogante, ma a impedire almeno una seconda morte, quella del ricordo.

Tre giorni dopo ero a Pristina, in una stanza d’albergo dove mancavano spesso la corrente e l’acqua. Da lontano arrivava il rumore sordo dell’artiglieria e avevo ormai smesso di chiedermi quanto fosse distante. Posai il portatile sul tavolo, sapendo che la batteria non sarebbe durata molto, e aprii un documento nuovo. Davanti a me avevo il taccuino, sporco ai bordi di fango e cenere, pieno di nomi, numeri, indirizzi di case che probabilmente non esistevano più e, in mezzo a una pagina, quelle tre annotazioni: Gjakova. Fossa comune. Maglione rosso. Sulejman.

Rimasi a lungo a fissarle, tracciate in fretta su quella carta sporca, e mi colpì la loro precisione offensiva: dicevano tutto ciò che un taccuino pretende di salvare – il luogo, il fatto, il dettaglio destinato a restare impresso – eppure, proprio per questo, mi sembravano misere davanti alla vastità di ciò che avevo visto. Erano corrette, nitide, ordinate, ma non contenevano nulla di essenziale. Non contenevano l’odore della pelle bruciata che mi era rimasto aggrappato alla gola, né la consistenza molle del terreno sotto le scarpe, né il rosso sporco del maglione che continuava a emergere dalla terra anche quando chiudevo gli occhi; non contenevano il silenzio di Agron, la cenere depositata sui capelli dei morti come una polvere impietosa. Quelle parole registravano l’accaduto, ma non riuscivano ad avvicinarsi neppure di un passo alla sua verità. Per la prima volta compresi fino in fondo quanto possa essere fragile la scrittura davanti all’orrore: capace di nominare, di testimoniare, di lasciare una traccia, e tuttavia sempre costretta a fermarsi sulla soglia di ciò che il corpo ha visto, respirato e attraversato, perché esistono esperienze che nessuna frase riesce davvero a contenere senza lasciarne una parte fuori.

Fu proprio da quello scarto insopportabile tra la compostezza delle parole e ciò che avevo respirato che il pensiero tornò ancora una volta alla Fallaci. Forse avevo capito male per anni la sua durezza. Avevo creduto che nascesse dall’assenza di paura, da una specie di corazza che permettesse di attraversare le guerre senza esserne contaminati; ora mi domandavo se non fosse l’esatto contrario, se quella rabbia non fosse ciò che rimane quando hai guardato l’essere umano troppo da vicino e una parte di te non riesce più a perdonargli ciò che hai visto.

La guerra non ti insegna soltanto che si può morire, perché questo lo sappiamo già; ti obbliga piuttosto a scoprire che esistono immagini capaci di sopravvivere molto più a lungo dei corpi che hai visto, dettagli che si staccano dalla scena e continuano a vivere dentro di te con una nitidezza che il tempo non consuma, pronti a riaffiorare anni dopo nel momento più innocente: il rosso di un maglione, l’odore acre dei capelli bruciati, una mano piccola sporca di terra, una fotografia custodita dentro una busta di plastica. È questo che la guerra lascia a chi la attraversa: un archivio involontario che nessuno ti ha chiesto di custodire e dal quale non puoi più dimetterti.

Posai le dita sulla tastiera e cominciai a scrivere della mano nel fango, del maglione rosso, dei vetri sotto le scarpe, della bambola senza testa, dei capelli bruciati, della biblioteca e della donna che mi aveva affidato il nome di suo marito come si affida a qualcuno l’ultima cosa che si possiede. Non cercai parole belle, perché mi sarebbero sembrate un tradimento, e non cercai neppure di capire, perché esistono cose davanti alle quali cercare una spiegazione rischia di diventare un modo elegante per renderle sopportabili, mentre io non volevo più rendere sopportabile niente: volevo soltanto che restassero, che quelle immagini non venissero addomesticate dalla distanza, che il tempo non riuscisse un giorno a trasformarle in una notizia vecchia, in una cifra, in una riga di storia.

A un certo punto mi fermai e, in cima alla pagina, scrissi: Tutta colpa della Fallaci.

Questa volta sorrisi davvero, appena, perché in fondo era anche colpa sua se molti anni prima avevo cominciato a immaginare il giornalismo come un mestiere che obbliga ad andare verso le cose, invece di aspettare che qualcuno te le racconti; se avevo scelto l’inchiesta e la cronaca nera e se adesso mi trovavo lì, con un taccuino sporco di fango e cenere, ancora convinta che raccontare significasse strappare almeno qualcosa all’oblio.

Avevo creduto che per assomigliarle avrei dovuto imparare a non piangere. Quel giorno capii che potevo avere gli occhi pieni di lacrime e continuare comunque a guardare, ad ascoltare, a scrivere.

Le parole non fermano le guerre, non richiudono le fosse, non ricompongono i corpi e non restituiscono i morti, ma possono compiere un gesto molto più piccolo e, proprio per questo, forse decisivo.

Possono dire: questo è accaduto.

Possono scrivere un nome quando qualcuno vorrebbe cancellarlo, conservare una voce quando non esiste più una bocca che possa pronunciarla e opporre all’annientamento la prova ostinata che quella persona è esistita e che ha avuto un volto, una casa, qualcuno che l’ha amata. E se questo non basta a salvare un uomo, può almeno impedire che il suo assassino abbia anche l’ultima parola.

 

© 2008 Alma Gjini — Tutti i diritti riservati.

Loading

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.