Qualche giorno fa ho ricevuto un’email dalla Rivista Letteraria Ziggurat.
Mi comunicavano, con una certa soddisfazione, che il racconto da me inviato era stato finalmente assegnato a uno dei quaranta «lettori incaricati» della valutazione e che avrei ricevuto notizie al termine della procedura.
Controllai la data dell’email: 2026. Quella dell’invio del manoscritto: 2013.
Tredici anni.
Non ricordavo il racconto, non ricordavo di averlo spedito ma, soprattutto, non ricordavo nemmeno l’esistenza della rivista. Probabilmente avevo distribuito racconti sul web come un seminatore che getta i semi anche sui marciapiedi.
Ziggurat… Già il nome avrebbe dovuto insospettirmi: cinquemila anni di attività editoriale, nessuna decisione affrettata.
Mi colpì soprattutto il numero dei lettori: quaranta. Possibile che quaranta persone non avessero trovato il tempo di aprire il mio racconto in tredici anni? Forse non erano lettori, ma cariche ereditarie che si tramandavano di padre in figlio.
Me li immaginai allineati in una sala immensa, con le barbe sulle ginocchia, circondati da rotoli e tavolette d’argilla. Uno dettava il numero di protocollo, un altro lo incideva in caratteri cuneiformi, mentre il più anziano cercava di srotolare un papiro senza ridurlo in polvere.
Io, a quanto ricordavo, avevo spedito un documento Word, non una plagula.
Decisi di rispondere: ringraziai per la cortesia e chiesi se fosse possibile conoscere almeno il titolo del racconto, perché dopo tredici anni non riuscivo proprio a ricordarlo.
Precisai che non intendevo sollecitare la lettura: non volevo apparire impaziente.
La risposta arrivò un mese e mezzo dopo, un intervallo che, considerate le abitudini della redazione, poteva definirsi quasi immediato.
«Gentile autrice, il materiale da lei inviato risulta regolarmente acquisito dal nostro sistema. Per ragioni organizzative non siamo in grado di fornire ulteriori dettagli prima del completamento dell’iter di valutazione.»
Ne fui rassicurata: il racconto c’era. Da qualche parte, certo, ma c’era, d’altronde anche gli archeologi sanno che sotto la sabbia si nasconde qualcosa; il difficile è capire dove scavare.
Curiosa come sono, andai a cercare notizie di quella rivista. Quando finalmente aprii il sito, mi trovai davanti a caratteri così piccoli che dovetti ingrandire la pagina fino a distinguere una parola per volta. I racconti apparivano come enormi blocchi di testo, privi di pause, quasi fossero stati incisi su una parete. Rispetto per la tradizione, evidentemente.
Faticosamente trovai l’elenco dei collaboratori: erano migliaia. Scorsi i nomi, convinta di non comparire, e invece eccomi lì: nome e cognome, in ordine alfabetico, perfettamente conservata. La rivista si era ricordata di me per tredici anni, mentre io non ricordavo nemmeno di essermi iscritta.
Ovviamente non risultava alcun testo pubblicato: daltrode ero una collaboratrice di lungo corso che non aveva ancora collaborato a nulla di visibile. Una posizione invidiabile direi: anzianità di servizio senza obblighi di presenza.
Proseguii nell’esplorazione e scoprii che i quaranta lettori costituivano soltanto il primo livello. I testi approvati venivano archiviati e successivamente, forse, scelti per la pubblicazione.
Finalmente capii: mi trovavo davanti a una ziggurat virtuale. Al primo gradone sedevano gli scribi; al secondo venivano depositate le opere giudicate idonee; al terzo qualcuno decideva se farle salire ancora. In cima immaginai il direttore, protetto da assistenti incaricati di impedire qualunque decisione precipitosa.
Il mio racconto non aveva ancora raggiunto il primo gradino.
Pensai che nell’antichità un messaggero partito dall’Italia avrebbe attraversato montagne, fiumi e terre ostili, raggiunto la Mesopotamia e consegnato la lettera prima che uno dei quaranta scribi-lettori avesse terminato la lettura di un solo manoscritto. Il mio documento, invece, aveva viaggiato alla velocità della luce per fermarsi tredici anni davanti a una scrivania.
Cominciai a preoccuparmi per la sua conservazione. Sapevo che un file non ingiallisce né si sbriciola, ma negli archivi di quella Ziggurat non potevo escludere che qualcuno, per rispetto della tradizione, lo avesse trascritto in caratteri cuneiformi.
Trascorsero altri tre mesi, poi arrivò una nuova email.
«Gentile autrice, siamo lieti di informarla che il suo manoscritto ha superato la verifica preliminare ed è stato inserito nell’elenco delle opere in attesa di valutazione.»
Rimasi a fissare lo schermo. Invero, credevo che fosse già in valutazione: invece tredici anni erano serviti a stabilire che poteva essere valutato.
A quel punto mi sorse un dubbio: se non ricordavo più il racconto, come potevo essere certa di volerlo pubblicare? Forse era terribile, forse l’avevo già buttato via dal mio computer, ma chiedere il ritiro proprio adesso, dopo tutta quella fatica, mi sembrava ingeneroso, e lasciai che il procedimento continuasse.
Passarono altri due mesi e arrivò una nuova comunicazione.
«Gentile autrice, in seguito a un aggiornamento informatico, alcuni documenti del nostro archivio risultano temporaneamente non accessibili. La invitiamo a non inviare nuove copie fino al completamento delle verifiche.»
Sospirai di sollievo.
Il mio racconto era salvo, non perché fosse stato recuperato: era salvo dal rischio di essere letto.
Mi figurai il primo scriba chinarsi finalmente sul manoscritto, ormai trasformato nella mia immaginazione in un antico rotolo di papiro. Lo apriva con estrema cura e quello, appena sfiorato, si sbriciolava in una nuvola di polvere. Il caporedattore chiamava d’urgenza il restauratore e, subito dopo l’addetto alle pulizie. Si apriva un nuovo fascicolo.
Richiusi la posta elettronica. Avevo ritrovato una rivista che non sapevo più di conoscere e un racconto che non ricordavo di avere scritto. Adesso, finalmente, qualcuno si stava occupando di entrambi.
Del resto, cinquemila anni di attività editoriale non si costruiscono prendendo decisioni affrettate.
![]()




One Comment
giuliana
E’ veramente un racconto divertente. il tuo scritto ha attraversato idealmente mari , deserti, ed epoche . Devi esserne orgogliosa.
Giuliana.