il tempo che passa
Narrativa

Il tempo che ci scrive

Viviamo in un’epoca che pretende tutto e subito, ma le cose che contano davvero – l’amore, la maturità, la fede, l’arte e la conoscenza di noi stessi – continuano a crescere secondo il ritmo lento e ostinato del tempo.

Ieri sera mi sono seduta davanti al computer per lavorare ancora una volta al mio romanzo.

Non sarebbe una notizia, se non fosse che lo avevo iniziato nel 2006. E ce n’è un altro, iniziato nel 2012.

In tutti questi anni li ho finiti, cancellati, riscritti, smontati e ricostruiti così tante volte da aver perso il conto. Ogni volta ero convinta di essere arrivata alla versione definitiva. Ogni volta scoprivo che il viaggio non era ancora terminato.

C’è una cosa che continua a sorprendermi: quando, dopo mesi o anni, torno su quelle pagine, vi trovo significati diversi. Alcune parti mi sembrano più mature, altre più ingenue. Dettagli che ignoravo acquistano improvvisamente peso.

A volte mi chiedo se sia cambiato il romanzo o se sia cambiata io. Forse entrambe le cose. Forse ogni rilettura è uno specchio: non mostra solo ciò che ho scritto, ma ciò che sono diventata.

Intorno al 2014 pensavo di essere vicina alla fine. Poi arrivò il cancro e una prognosi di sei mesi di vita. In quel tempo la scrittura smise di esistere come priorità.

Quando la vita impone certe prove, tutto il resto arretra. Le pagine possono aspettare. I sogni possono aspettare. Eppure il tempo ha preso una direzione diversa.

Sono passati anni. Sono ancora qui.Per molto tempo non ho avuto né la forza né lo spazio mentale per tornare ai miei romanzi.

E loro sono rimasti lì. In silenzio. Ad aspettarmi come si aspetta una madre .

Forse è anche per questo che oggi li guardo diversamente: non sono solo storie incompiute, ma tracce di ciò che sono stata e del tempo necessario per ritrovarmi.

Ieri sera mi sono fatta una promessa: entro Natale almeno uno dei due dovrà diventare un libro pubblicato. Il problema è che, con me stessa, le promesse non sono mai affidabili.

Mantengo quelle fatte agli altri. Con me, invece, rimando. Sempre. Un’altra revisione. Un altro dubbio. Un altro perfezionamento. E così il tempo continua a scorrere.

Mentre rileggevo quelle pagine, ho capito che questi due romanzi mi accompagnano da una vita intera. Sono cambiati con me. E io con loro.

Forse è stato allora che ho capito una cosa semplice: viviamo in un’epoca che ha quasi dimenticato l’arte dell’attesa.

L’uomo contemporaneo ha imparato a ridurre le distanze, ma ha quasi dimenticato come abitare il tempo.

Aspettiamo sempre meno. Un clic sostituisce il viaggio, un messaggio sostituisce la lettera, una risposta immediata sostituisce la riflessione. L’intervallo è diventato un nemico.

Ogni attesa appare come un difetto del sistema, un ostacolo da eliminare.

Eppure esiste una verità paradossale che la nostra epoca sembra ignorare: le cose più importanti della vita accadono lentamente.

Nessuno può accelerare la crescita di un albero. Nessuno può abbreviare il cammino che conduce alla maturità. Nessuno può ordinare all’amore di arrivare prima del suo tempo. L’attesa non è un vuoto tra due eventi. È una forma dell’esistenza.

I grandi narratori lo hanno compreso molto prima di noi. Nella letteratura, i momenti decisivi raramente coincidono con l’azione. Accadono prima: nel silenzio che la precede, nell’incertezza, nel tremore invisibile di ciò che sta per manifestarsi.

Un soldato attende il ritorno a casa. Un amante attende una risposta. Un poeta attende una parola. Un credente attende un segno. La vita stessa, in fondo, è una lunga educazione all’attesa. Forse per questo ci spaventa tanto.

Attendere significa riconoscere che non tutto dipende dalla nostra volontà. Significa accettare l’esistenza di forze che non controlliamo: il tempo, il caso, il desiderio, il destino.

L’attesa ci ricorda il nostro limite. E l’uomo moderno tollera sempre meno l’idea del limite. Preferisce l’illusione del controllo.

Ma ogni esperienza autentica nasce proprio dall’incontro con ciò che non possiamo dominare. Pensiamo all’arte.

Nessun quadro importante nasce dalla fretta. Nessun romanzo profondo viene scritto in una corsa contro il tempo. Le opere che attraversano i secoli sono spesso il risultato di anni di gestazione invisibile. Ciò che appare improvviso agli occhi del mondo è quasi sempre il frutto di una lunga attesa segreta.

Anche la natura insegna questa lezione. L’inverno non è un errore della primavera. La notte non è un incidente del giorno. La pausa non è il contrario del movimento.

Ogni cosa matura attraverso una pazienza che non fa rumore. Eppure abbiamo costruito una cultura che celebra l’immediatezza e sospetta della lentezza. Confondiamo la velocità con il progresso. Consideriamo il ritardo una colpa. Trasformiamo ogni minuto libero in un’occasione da riempire.

Temiamo il tempo vuoto perché nel vuoto potremmo incontrare noi stessi.  L’attesa, invece, ci obbliga a restare. A osservare. Ad ascoltare. Quando non possiamo correre verso ciò che desideriamo, siamo costretti a confrontarci con la qualità del nostro desiderio. Scopriamo se era autentico o soltanto un capriccio. Scopriamo quanto siamo disposti a sacrificare per esso.

Scopriamo chi siamo quando nulla accade. Ed è forse questa la prova più difficile. Viviamo in funzione dei risultati, ma il carattere si forma negli intervalli: non nelle conquiste, ma nelle pause che le precedono. Non nei traguardi, ma nei sentieri.

La saggezza di una persona si misura spesso dalla sua capacità di attendere senza disperare. Di restare fedele a ciò che ancora non vede. Di custodire una speranza senza pretendere garanzie.

Forse l’attesa è una forma di fiducia. Una fiducia che non chiede prove. Non sappiamo cosa arriverà. Eppure continuiamo a scrivere, amare, seminare.

L’attesa è il terreno invisibile in cui tutto questo cresce.  Non va subita. Va abitata. Perché spesso ciò che aspettiamo conta meno di ciò che diventiamo mentre aspettiamo.

E forse quei due romanzi non hanno impiegato vent’anni per essere scritti.

Forse hanno impiegato vent’anni per scrivere una parte di me.

 

Alma Gjini

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