La guerra
è un pixel che scatta a cena,
tra la pubblicità del detersivo e il meteo.
Mastico il pane
mentre il drone segna le coordinate di un cratere:
un letto diventato architettura di polvere.
Restano inventari di metallo,
un missile cade come condominio disabitato,
puntuale come un corriere espresso.
Noi osserviamo l’orrore
dal vetro dello smartphone,
facendo scorrere il pollice sulle macerie
come se fossero vetrine in saldo.
La pace è un intervallo di ricarica.
Intanto un bambino
cerca il braccio della madre
tra detriti che odorano di ferro e cemento,
resiniate a una coordinata sulla mappa.
Zoomiamo sul fumo,
ma la risoluzione non restituisce
lo zolfo nelle lenzuola
né l’odore della carne bruciata.
Siamo cartografi della distanza,
misuriamo la distanza in gigabyte
mentre il frigorifero ronzando
copre un sibilo che non arriva fin qui.
La tragedia
è un file troppo pesante
per essere scaricato.
Quando spegniamo la luce,
il riflesso dello schermo
resta sulla pelle:
una divisa bluastra e fredda.
Siamo reduci senza ferite,
soldati di un fronte senza terra.
Alma Gjini
Febbraio 2025



