Poesia

Il gatto nero

Sul lastrico umido della sera,
tra i vetri esausti delle case morenti,
passa il gatto nero — lenta incarnazione
di un pensiero che odora di muffa e di sogno.

Ha nel passo una grazia blasfema,
un’eleganza che sa di peccato.
Nessuno lo guarda, nessuno lo chiama:
solo il vento lo riconosce come suo figlio.

Io lo seguo, come si segue un ricordo
che duole e seduce,
un vizio che si veste d’ombra.
Lo detesto, eppure lo desidero:
egli è ciò che resta della mia purezza,
sporcata d’abbandono.

Oh, quel nero!
Quel nero che non riflette nulla,
che inghiotte la pietà e la ragione,
quel nero che amo odiare
perché sa custodire la verità
che la luce dissacra.

Cammina tra i rifiuti e le stelle spente,
re dei margini,
profeta dell’inutile.
Io, dalla mia finestra, lo maledico piano,
con la stessa voce che prega.

Ma poi — oh, inganno dei sensi —
quando l’alba, impudica, si posa sul suo dorso,
il nero s’infiamma d’oro,
diventa seta viva, incendio lento,
e il mio odio si sfarina
come polvere di incenso sui gradini del nulla.

Comprendo allora:
egli è la mia ombra trasfigurata,
il simbolo dell’anima che brucia
nell’inquietudine del vivere.
E io, misantropo e stanco,
mi specchio in lui come in un abisso di velluto.

Il gatto s’arresta, si volta,
e nei suoi occhi arde
la dolcezza crudele dell’eterno.
Poi scompare, dissolto
come una bestemmia nel silenzio di Dio.

Resto solo, con il cuore che stilla noia,
e un tenue raggio — complice e vile —
che accarezza la mia mano,
la stessa mano
che un tempo l’avrebbe lapidata.

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