La vite piange,
ma non è dolore.
È linfa che ritorna,
sale piano
dalle radici.
È la terra che respira
dopo il lungo silenzio
dell’inverno.
Dai tagli esce
un liquido trasparente,
una lacrima ereditata,
un segno vivo che dice:
“Ci sono ancora.”
La pianta è viva.
Le radici lavorano
nel buio.
La primavera bussa piano
e la linfa risponde.
Nel vigneto
l’erba ricomincia a profumare,
gli alberi si alzano
e ogni cosa sembra svegliarsi
senza fare rumore.
Cammino tra i filari
che mio padre ha curato
con le sue mani.
Ora tocca a me.
Continuo il suo lavoro
come si continua
una frase
mai finita.
Non sapevo
che la vite piangesse.
L’ho imparato
col tempo.
E davanti
a quella goccia chiara
sono rimasto
senza parole.
Non è solo linfa.
È memoria
che sale.
Io amo tutto questo:
la terra,
l’attesa,
il profumo
dell’erba nuova.
E mentre la vite piange
io ringrazio.
Perché in quella lacrima
passa ancora
dalle sue mani
alle mie.
M.



Questa poesia, letta così, mi fa sentire come se stessi entrando in un luogo dove tutto è semplice e necessario. Io la vivo come un gesto di riconoscimento: riconoscere che qualcosa continua a muoversi anche quando sembra fermo, che la vita non fa rumore quando ritorna, e che certe eredità non arrivano con le parole ma con le mani.
Benvenuto tra noi 🙂