Se dicessi “Ulisse”, probabilmente in molti penserebbero all’Odissea, e subito dopo al mare, alle sirene, al ritorno a casa.
Se invece dico “l’Ulisse di James Joyce”, la faccenda cambia, e parecchio. Perché qui non c’è nessun eroe, nessun genio della truffa, c’è solo un uomo qualunque che compra rognoni per pranzo.
Un Ulisse senza mare (ma con un sacco di pensieri)
Il romanzo Ulysses si svolge tutto in un solo giorno: il 16 giugno 1904, a Dublino. Niente mostri marini, niente viaggi epici, sventure. Solo una città, delle strade, e soprattutto una testa. Anzi, più teste.
Il protagonista è Leopold Bloom.
Non è un guerriero, è un tipo normale, un po’ solo, un po’ spaesato, che gira per la città pensando a tutto: al cibo, al sesso, alla moglie, alla morte, alle piccole cose ridicole della vita.
E qui Joyce fa una cosa strana: ti mette direttamente a contatto con quei pensieri, senza filtro.
Il vero viaggio – suo e tuo – inizia proprio lì, nella mente.
Se nell’Odissea Ulisse attraversa il mare, qui attraversa se stesso ( e noi con lui.)
Per farlo Joyce usa il famoso “flusso di coscienza”: i pensieri arrivano e vengono accolti così come nascono, disordinati, contraddittori, a volte pure un po’ imbarazzanti.
Tipo quando stai per addormentarti e la testa parte da “devo comprare il pane” e finisce a ricordare una figuraccia del 2007.
Ecco, lui prende quella roba lì e la trasforma in letteratura.
Perché è così difficile (e perché non è un difetto)
Non è sempre facile da leggere, va detto. A volte sembra che il testo ti sfugga come un’anguilla: più cerchi di afferrarlo, più scivola via e cambia forma.
Ma è proprio quello il punto.( o il bello)
Joyce non ti accompagna per mano, non ti spiega, non semplifica. Fa il contrario: complica, mescola, gioca con il linguaggio.
In un capitolo sembra di leggere teatro, in un altro una parodia, in un altro ancora qualcosa che somiglia a un delirio controllato.
Non è un libro “piacevole” nel senso classico. È più un’esperienza.
Un po’ come entrare in una città straniera senza mappa: all’inizio ti perdi, poi inizi a riconoscere gli angoli.
E l’Odissea dov’è finita?
In realtà c’è, ma sotto traccia.
Ogni episodio del libro richiama un episodio dell’Odissea.
Bloom è una specie di Ulisse moderno.
Stephen Dedalus, l’altro protagonista, giovane scrittore in cerca di se stesso, rimanda al figlio Telemaco.
Ma non aspettarti copie precise: è più un gioco di specchi che una riscrittura.
Joyce prende il mito e lo porta nella quotidianità. Come a dire: l’epica non è morta, si è solo nascosta nelle giornate normali.
Quindi vale la pena leggerlo?
Dipende da cosa cerchi.
Se vuoi una storia lineare, con trama chiara e personaggi guidati, no: ti farà impazzire.
Se invece ti incuriosisce capire come funziona davvero la mente umana, con tutte le sue deviazioni, allora sì.
Magari non tutto, magari a pezzi. Magari anche solo per dire: “ok, ho visto cosa succede quando uno scrittore decide di non mettere più freni”.
E in fondo, questo è l’Ulisse di Joyce: non un viaggio per tornare a casa, ma un viaggio per capire cosa c’è dentro la (tua?) testa mentre cammini per strada.
Non sempre è piacevole. Però è terribilmente umano.
C’è chi ne parla anche oggi
Sì, e non è scontato per un libro del 1922 che molti non riescono nemmeno a finire.
Joyce ha fatto una cosa che non invecchia: ha smesso di raccontare cosa fanno le persone e ha iniziato a raccontare come pensano. E il modo in cui pensiamo non è cambiato molto da allora. Siamo ancora lì, con la testa che salta dal pane alla figuraccia del 2007.
Ogni generazione lo riscopre a modo suo.
All’inizio fu scandalo: troppo esplicito, troppo caotico. Poi è diventato un monumento della letteratura modernista. Oggi c’è chi lo legge quasi come un libro sulla mente che non riesce a stare ferma. Ognuno ci trova qualcosa di diverso, ed è il segno che il libro è vivo.
E poi c’è il 16 giugno, il Bloomsday, che a Dublino si festeggia ancora: gente che gira per la città seguendo il percorso di Bloom, che legge ad alta voce nei bar.
Un libro che genera una festa annuale non è un classico polveroso. È qualcosa che ha attecchito davvero.
Forse il motivo più semplice è questo: Joyce ha scritto un libro su un uomo normalissimo e lo ha trattato come se fosse un eroe epico.
E in qualche modo, leggendolo, ti viene da pensare che forse anche la tua giornata qualunque meriterebbe lo stesso trattamento.
James Joyce nasce a Dublino il 2 febbraio 1882, primogenito di una numerosa famiglia della buona società irlandese, di forte tradizione cattolica e nazionalista che lo iscrive nei migliori collegi cattolici della città. Le condizioni della famiglia peggiorano, fino ad arrivare alla povertà dopo la morte della madre (1903). Dopo la laurea, spinto dal vago proposito di studiare medicina alla Sorbona, trascorre un breve periodo a Parigi. Tornato a Dublino, lavora per un periodo come insegnante privato e nel 1904 sposa Nora Barnacle (che gli rimane accanto tutta la vita, dandogli due figli, Giorgio e Lucia). Dopodiché lascia definitivamente l’Irlanda. Trasferitosi prima a Pola e, l’anno seguente, a Trieste – dove rimane (salvo una breve parentesi romana fra il 1906 e il 1907) fino al 1915 – insegna alla Berlitz e in altri istituti. Nel frattempo nasce l’amicizia con Italo Svevo. La guerra lo costringe a lasciare Trieste per Zurigo, dove entra in contatto con Pound e intreccia molte amicizie. Nel 1920 si trasferisce a Parigi, dove rimane vent’anni, frequentando Valéry-Larbaud, Aragon, Eluard, Th.S. Eliot, Hemingway, Fitzgerald, Beckett. Qui nel 1922 pubblica Ulysses, grazie al rapporto di stima con Sylvia Beach, fondatrice della libreria-editrice Shakespeare and Company. Per curare la figlia Lucia nel 1934 incontra Carl Gustav Jung, grazie al quale approfondisce le conoscenze sulla psicologia del profondo. Lasciata la Francia a causa della guerra imminente, si stabilisce nuovamente a Zurigo, dove muore il 13 gennaio 1941 praticamente cieco a causa di una malattia degli occhi che lo ha accompagnato per tutta la vita
Fonte RAI
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