Per capire Antonia Pozzi non si parte dalla poesia ma da quello che non le è stato mai permesso.
Antonia nasce nel 1912 in una famiglia che ha già tutto: soldi, cultura, rispettabilità e una bella villa sul lago.
Il padre, Roberto Pozzi, è un avvocato influente e sa come si tengono le cose in ordine, anche le persone, la madre è una nobildonna lombarda, la contessa Lina Cavagna Sangiuliani
Antonia cresce studiando, leggendo, viaggiando. Ha un’educazione perfetta e forse è proprio questo il primo problema.
Al Liceo Manzoni incontra Antonio Maria Cervi, il suo professore di latino e greco un uomo di grande cultura e intelligenza, Antonia se ne innamora.
…Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità..
Ha solo diciotto anni, lui è più grande, la famiglia dice no con quella fermezza silenziosa delle famiglie che non urlano ma decidono.
Lei cede e la storia finisce, o meglio viene fatta finire. La Pozzi non lo scrive chiaramente nei diari, ma quella ferita non smette mai di gridare, si sente dappertutto nei suoi versi, nelle lettere, nei silenzi.
Intanto continua a studiare, si laurea con lode nel 1935 con una tesi su Flaubert, frequenta Vittorio Sereni e altri poeti milanesi. Diventa insegnante.
Dall’esterno sembra avere una vita normale, persino brillante. Intanto scrive, poesie, lettere in uno spazio che si è ritagliata tutta sola.
Sportiva, scala le montagne, fotografa, cerca posti dove nessuno le dica cosa fare o come dove deve stare.
«Io vorrei poter parlare, parlare liberamente, una volta, senza che nessuno poi giudichi.»
FLORA ALPINA
Ti vorrei dare questa stella alpina.
Guardala: è grande e morbida. Sul foglio,
pare un’esangue mano abbandonata….
Pasturo, 18 luglio 1929
La fotografia pure. Aveva un occhio straordinario, e questo si sapeva poco finché non si è iniziato a studiare il suo archivio fotografico con la stessa serietà dei versi.

Nel 1938 mondo accanto a lei sta impazzendo. La mattina del 2 dicembre fa molto freddo, a Chiaravalle è scesa la neve. Antonia vi si sdraia dopo aver ingoiato un barattolo di pasticche. La trovano il giorno dopo, ancora viva ma morirà poche ore dopo a causa di una polmonite acuta causata dal freddo.
Ha solo ventisei anni.
Lascia un biglietto di addio ai genitori, poi distrutto dal padre, in cui parlava di “disperazione mortale”
Per la famiglia una figlia morta suicida è inconcepibile. Il padre dirà che è stato un incidente e forse ci crede davvero. O forse no. In ogni caso, è la versione che prevale.
E qui succede qualcosa che vale la pena raccontare, perché di solito non viene raccontato abbastanza: dopo la morte, le sue carte vengono toccate, selezionate, corrette.
Alcune parti dei diari risultano manomesse, non si sa con certezza da chi, non si sa esattamente perchè Le poesie vengono editate, certe dediche cambiano, alcune date pure, come se la sua voce, anche da morta, avesse necessita di passare un’ultima revisione.
Il padre pubblica la prima raccolta nel 1939, un anno dopo la morte. La cura con attenzione. Ma quella cura assomiglia a tutte le altre cure che le ha riservato in vita: protettiva, decisiva, soffocante.
Quello che sorprende, leggendo le poesie che ci sono rimaste, è quanto siano dirette. Non c’è lamento, non c’è romanticismo del dolore. C’è qualcuno che guarda la neve, la luce sulle cime, il buio a ore precise.
La montagna per lei non è uno sfondo: è un posto dove lo sguardo torna libero, dove il corpo si muove senza dover render conto a nessuno.
Vittorio Sereni, che la conosceva bene, disse che aveva una qualità rara: la capacità di stare dentro il dolore senza trasformarlo in posa. È una cosa difficile da spiegare. Si capisce solo leggendola.
PAURA
Nuda come uno sterpo
nella piana notturna
con occhi di folle scavi l’ombra
per contare gli agguati…
Milano, 19 ottobre 1932
Le lettere a Sereni, molte pubblicate e solo in anni recenti, mostrano un’Antonia ironica, tagliente, capace di autoironia. Una persona, non un simbolo.
La critica ci ha messo decenni a prenderla sul serio. Per molto tempo è rimasta “la giovane poetessa morta suicida troppo presto“, una categoria comoda, un po’ pietosa, che non obbliga a leggerla davvero.
Poi sono arrivati gli studi filologici, le edizioni critiche, il lavoro sulle fotografie e si è capito che c’era molto più di quello che il padre aveva deciso di mostrare o.. nascondere.
Oggi le sue poesie si leggono ancora. Resistono, nonostante le correzioni, nonostante i silenzi, nonostante lo stile, nonostante tutto quello che qualcuno ha pensato di dover togliere prima di consegnarle al mondo.
C’è qualcosa in certi versi suoi che brucia ancora, non perché sia tragica, ma perché è vera.
E la verità, si sa, è difficile da cancellare del tutto.
Da una lettera ad Antonio Maria Cervi datata Milano, 1° marzo 1932
[…] E allora tu mi dici: oggi tu credi in buona fede di volermi bene e domani ti accorgerai di aver sbagliato.
Ma Nello, Nello, sentimi: non vedi come tutto ciò ch’è mutevole, felice, vano, passa rapidamente, non vedi che pochi giorni, poche ore, a volte, bastano a far sbollire i miei capricci inutili, a cancellare le mie fantasticherie stolte, e, per quello ch’è più profondo, non hai veduto in questi anni quanti mutamenti sono avvenuti nella mia anima e quanti smarrimenti e quanti ritrovamenti, e invece in un’unica cosa, sopra tutto, in fondo a tutto, immutabile: l’amore per te. Tu non puoi dire, non puoi dire, te lo proibisco, perché non esisterebbe una cosa più orrendamente falsa, non puoi dire che in questi cinque anni io abbia mai, per un istante solo mancato al giuramento che t’ho fatto, in nome del tuo povero Fratello, di volerti sempre bene.
Antonello, Antonello, ma non ricordi come ero bambina quando ho cominciato a volerti bene e quante cose sono accadute poi, quante cose ho imparate, anche orribili, e quanto piangere ho fatto, eppure l’amore per te cantava in fondo a tutto come una dolce acqua che va senza fine e mi aiutava a sopportare tutto, proprio come una dolce profonda acqua che porta i petali dei fiori così come i tronchi infranti, così come le pietre grevi.
Tu, tu che mi dici che io non ho niente di sacro… oh, è atroce, è atroce che tu mi dica così, perché vuol dire che dove io tengo le mie cose più sacre tu non sei mai, mai penetrato e non hai nemmeno veduto che per me è sacro tutto quello che è sacro per te e tu sei sacro, tu che sei lo scopo e il motivo della mia vita. Il 10 febbraio, al crepuscolo, poche ore dopo il delirio in cui avevo temuto di perderti, così scrivevo:
Non avere un Dio
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono-
essere senza ieri
essere senza domani
ed acciecarsi nel nulla –
-aiuto –
per la miseria
che non ha fine –
Le mie parole sono verbose, il mio dolore è estetismo vacuo, lo so. Ma io sola so quanto bruciassero le mie lacrime di quel giorno e quale orrendo vuoto mi si facesse dentro al solo sospetto che tu non fossi più mio. Ed oggi, come quel giorno, mi chiedo: che cosa, che cosa è accaduto dentro di te, fuori di te che ha incrinato il tuo amore? Non dirmi più che vaneggio, non dirmi che sono supposizioni mie illecite.
Oggi arrogavi per accusarmi il mio contegno dei giorni passati; il 10 febbraio parlavi di insinuazioni misteriose, di offese recateti da persone altrettanto misteriose. Ma come vuoi, Antonello, che io ti creda ancora… Forse hai pensato che non è possibile che la mamma delle tue creature non abbia la fede tua, di tua Madre, dei tuoi Morti (ed io non so, te lo ripeto, Antonello, se vi giungerò e se è mio dovere giungervi).
Forse anche l’umiliazione di ritornare dai miei in veste di chi prega ti pesa troppo e senza rendertene ragione, cerchi di sfuggire ad un sacrificio di cui io non valgo la pena. O forse semplicemente io non ti piaccio più come una volta, non sono più il tuo giaggiolo, la tua primavera: mi trovi brutta e vecchia, come sono, come sono, in realtà, e la mia voce sgarbata ti irrita, i miei occhi rossi ti fanno dispetto e ribrezzo…
Ho cominciato questa lettera dicendo che non so se l’abisso che c’è fra le nostre anime è reparabile: ma ora mi sembra che tutto, che tutto è reparabile, se tu mi ami come io ti amo. E mi chiedo se tutti gli incubi, le paure, le freddezze non sono davvero frutto dell’inutile e crudele lontananza materiale che ci è imposta…
Con tanta fede, con tanta tenerezza, sempre
La tua… qual è il mio nome?
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