Non c’è mai un solo modo
di stare in piedi.
Ci sono giorni
in cui ti reggi
come si regge una struttura provvisoria
– senza farlo vedere a nessuno –
e giorni in cui
qualcosa dentro cede
senza rompersi davvero.
Ho imparato a muovermi
tra questi due stati
come tra due stanze
che non comunicano.
Da una parte
l’ordine che chiede precisione,
dall’altra
una materia più incerta
che non accetta definizioni.
E io, nel mezzo,
a fare da passaggio
tra ciò che funziona
e ciò che resiste.
Non tutto si aggiusta.
Non tutto si risolve.
Alcune cose
restano.
Si depositano
come polvere sottile
sulle superfici più pulite
e continuano a esserci
anche quando non le guardi.
Forse è lì
che si riconosce una voce:
non in ciò che si dice
ma in ciò che resta
dopo aver detto tutto.



One Comment
Cristina
C’è qualcosa di molto riconoscibile in questa poesia: quel modo di stare in piedi che non è mai davvero stabile, ma non è nemmeno un cedere. “Strato” costruisce la sua riflessione con immagini precise e discrete: la struttura regge senza farsi vedere, la polvere si posa proprio sulle superfici più pulite.
La poesia non cerca di risolvere nulla, racconta, e fa bene.
La chiusura è la parte più bella: l’idea che una voce si riconosca non in ciò che dice, ma in quello che resta dopo, continua a lavorare anche quando la lettura è finita.