Un percorso possibile tra valutazione, revisione e pubblicazione
Un manoscritto parte, e da quel momento, per chi lo ha scritto comincia una zona d’ombra: qualcuno, da qualche parte, lo sta leggendo , o forse no, forse è ancora nella pila, o è già stato scartato dopo tre pagine.
Non lo sai. È questo, più del rifiuto in sé, il vero costo emotivo dell’invio: non la risposta negativa ma dell’attesa nell’incertezza.
Proviamo a illuminare un po’ quella zona.
Immaginate un editor che apre un file Word alle nove di sera, dopo una giornata passata a parlare di altri libri. Legge le prime dieci pagine, se reggono, va avanti se non reggono, chiude e passa al manoscritto successivo, non per cattiveria: per tempo.
Quello che sta facendo in quei minuti non è soltanto leggere, sta anche valutando, quasi senza accorgersene, se quel libro somiglia a qualcosa che ha già funzionato, se ha un pubblico riconoscibile, se lui o la casa editrice per cui lavora saprebbe venderlo a qualcuno.
Quindi, un testo può essere scritto benissimo e non superare comunque questo secondo filtro. Certamente non è consolante, ma è così che funziona.
Correggere, rivedere, editare: non sono la stessa cosa
Correggere è togliere un refuso, rivedere è accorgersi che un personaggio a pagina 40 odia il caffè e a pagina 120 lo beve tre volte al giorno, senza che nessuno nel testo lo faccia notare.
Editare è dire: “Questo capitolo funziona, ma il libro comincia davvero qui, non prima” e magari suggerire di tagliare le prime trenta pagine.
Sono tre mestieri diversi, spesso svolti dalla stessa persona in momenti diversi. Da questa confusione nasce metà dei malintesi tra chi scrive e chi legge per mestiere: l’autore pensa di aver ricevuto una correzione, ha ricevuto un editing, e si sente giudicato quando si aspettava solo qualche refuso segnato in rosso.
Il mercato non è il nemico, è solo un altro lettore.
Qui la maggior parte di chi scrive si irrigidisce, come se parlare di pubblico e di posizionamento fosse un tradimento della letteratura. NO, Non lo è: è semplicemente chiedersi a chi altro, oltre all’autore, a sua madre e a qualche amico, quel libro potrebbe interessare davvero.
Facciamo un esempio.
Un romanzo storico ambientato durante la peste del 1630 è bello, documentato, scritto con cura, ma se negli ultimi due anni sono usciti dieci romanzi ambientati durante epidemie storiche, l’editore si chiederà, a ragione, se il lettore ne vuole un undicesimo, o se quel filone è già saturo. Non è un giudizio sul libro, men che meno su chi l’ha scritto, ma un calcolo commerciale su chi, in questo momento, è disposto a comprarlo.
Un editore che si fa questa domanda non sta abbassando il livello ma facendo il suo mestiere, che è anche trovare lettori, non solo riconoscere belle frasi.
E questo vale anche dopo, se il testo viene scelto: la promozione, il posizionamento, la comunicazione nascono dalle stesse domande e chi ha già pubblicato lo sa bene. In alcuni casi l’autore segue ogni passaggio; in altri scopre certe scelte solo a libro uscito, con la stessa sensazione di zona d’ombra da cui era partito.
Si scrive in solitudine, si aspetta in solitudine.
Poi il libro va per conto suo, tra persone che magari non hanno letto il manoscritto per intero ma che, sul destino di quelle pagine, hanno comunque l’ultima parola.
Risorse gratuite:
- Word free online
- Utilità
- Pubblicare gratis
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One Comment
Ivan La Mattina
Interessante leggere cosa succede dietro le quinte. Articolo molto utile.
Assolutamente d’accordo su l’aspetto della commercializzazione; posizionamento e possibile pubblico interessato, rappresentano la domanda di mercato.
A mio avviso uno scrittore, soprattutto se amatoriale, deve fare pace con questo aspetto e domandarsi il perché sceglie di scrivere; per lavoro, per necessità di essere letti e sentirsi visti, o perchè la scrittura ti fa stare bene a prescindere dal risultato?
Logicamente con questa chiarezza in mente, si può scegliere di scrivere qualcosa piuttosto che un’ altra; in base anche alle esigenze di mercato, se il fine è essere pubblicati.
Ad ogni modo, la sostanza sola non basta, la forma è di pari importanza.