5 Comments

  • Cristina

    Beata questa zia :-), senza di lei, questa poesia per me non reggerebbe. Resterebbe un esercizio corretto ma intercambiabile, una di quelle poesie che potresti attribuire a chiunque senza che cambi nulla. Spade, sangue, carne, parole che feriscono: immagini già viste, già dette, già metabolizzate.
    È la zia che salva il testo, perché introduce una voce non poetica, rompe la posa e toglie solennità. In quel punto la poesia smette di spiegarsi e inizia ad accadere davvero, con quell’ironia storta che appartiene più alla vita che alla letteratura.
    Se devo essere sincera, la poesia vera è tutta lì, in quella frase tramandata, mentre il resto resta una cornice.
    Ed è proprio da lì, secondo me, che l’autore dovrebbe ripartire se vuole scrivere qualcosa che non sia solo riconoscibile, ma necessario.
    Benvenuto tra di noi 🙂

  • Ipazia

    La poesia ha un’immagine centrale molto forte: la parola come lama, che incide e libera qualcosa di vivo.
    È una metafora intensa che cattura subito.
    L’idea che dal sangue possano uscire farfalle è potente: unisce dolore e trasformazione, ferita e bellezza.
    Potrebbe esplorare un po’ di più il “perché” del dolore: al momento è più un lampo che un quadro.

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