Si siede a tavola senza fare rumore
come una terza presenza che nessuno nomina,
tra il cucchiaio e il piatto
che si toccano senza davvero parlarsi.
Tuo padre guarda il punto sul muro
che conoscono solo gli sguardi che evitano,
tua madre piega il tovagliolo
come si piegano le cose che non si dicono.
Le stanze trattengono l’aria
come se respirare troppo forte
potesse far crollare qualcosa,
qualcosa che già da tempo
si regge su equilibri invisibili.
I figli imparano presto
a parlare senza chiedere,
a capire senza domandare,
a restare interi
mentre qualcosa si sfalda dentro.
E il silenzio –
non quello che riposa,
ma quello che pesa –
si accumula negli angoli della casa
come polvere che nessuno osa toccare.
E a un certo punto
non si capisce più
se si vive insieme
o soltanto nello stesso vuoto.



Una poesia misurata e dolorosa, che riesce a raccontare il silenzio familiare senza nominarlo troppo, lasciandolo invece filtrare dagli oggetti, dai gesti minimi, dall’aria trattenuta nelle stanze.
Molto bella l’immagine del tovagliolo piegato “come si piegano le cose che non si dicono”: semplice, precisa, e proprio per questo efficace.
Un testo che non forza il sentimento, ma lo lascia depositare piano.
Benarrivata nella nostra strada poetica 🙂