Vieni,
appoggia il tuo petto sul mio disordine.
Non contiamo le ore,
lasciamo che il quadrante del mondo
perda i suoi numeri.
Qui,
stretta contro il tuo fianco,
ho capito che il tempo
non è un fiume che scorre:
è un animale lento
che ci lecca la pelle
per trovarne l’osso.
E allora baciami i polsi
fino a stancarti,
bevi il sale che mi nasce
tra le clavicole.
Voglio questa rovina consensuale,
questo collasso d’oro e di brividi.
Non m’importa se fuori la terra invecchia
o se l’alba affila
le sue lame di luce.
Stringimi la schiena
con le tue dita di terra,
scandisci i minuti
premendo sulle mie vertebre,
affonda come un’ancora
nel fondo caldo del mio corpo.
Qui,
insieme a te,
mi lascerei consumare dal tempo,
masticata dalle ore,
ridotta a cenere viva,
mentre i secondi ci rigano i fianchi
come sudore,
purché il mio ultimo respiro
abbia il sale feroce della tua bocca,
purché la mia fine
avvenga dentro la stanza viva
del tuo corpo.
Lascia che i nostri corpi
si facciano pietra,
lascia che il tempo ci scavi
come pioggia sulla roccia,
finché, stanco di divorarci,
ci lasci interi nel buio:
la tua bocca sulla mia,
la brace
ancora viva sotto la lingua.
© 2026 Alma Gjini. Tutti i diritti riservati.


One Comment
Cristina
Ci sono poesie che si leggono e poesie che si abitano, questa, per me, appartiene alla seconda categoria.
Ho trovato molto bella la capacità di trasformare il tempo da semplice misura a presenza viva, quasi tangibile, e di intrecciarlo al desiderio con immagini intense e coinvolgenti. Il finale, con la brace ancora viva sotto la lingua, lascia una sensazione che continua anche dopo l’ultima parola. Complimenti, Alma.