Giosuè Carducci, la vita insolita di un vate di cartone

Primo Nobel italiano, dietro la maschera del professore solenne, un uomo fuori dal comune…o no?

Giosuè Carducci è stato il  primo Nobel italiano in letteratura ma, dietro la maschera del professore solenne fu un uomo segnato da morti oscure, gelosie e segreti.
Nei manuali di letteratura italiana, Giosuè Carducci occupa sempre le stesse dieci righe: poeta del classicismo, vate della Terza Italia, primo Nobel, morto a Bologna nel 1907 con la dignità di un monumento già inaugurato.
È un ritratto accurato come una lapide.
E, come una lapide, resta fermo.
L’uomo vero era un’altra cosa: iracondo, goloso, geloso, capace di amare con violenza e di nascondere i propri segreti con la stessa cura con cui lavorava i versi.

Il nome sbagliato
Cominciamo da una piccola beffa, quasi una crepa nel monumento.
Per decenni il nome del poeta è stato stampato senza accento: “Giosue”. Un errore nato da una trascrizione imprecisa nella biografia di Giuseppe Chiarini, poi ripetuto senza troppi controlli.
Eppure l’atto di nascita è chiaro: Giosuè, con l’accento. Così lo chiamavano in famiglia, così suonava naturalmente in Toscana.
Un dettaglio minimo, ma significativo: anche il suo nome, per anni, è stato normalizzato.

Il professore e il disordine
“Sono superbo, iracondo, villano, soperchiatore…”
Così si descriveva lui stesso in una lettera. E, a leggerlo bene, non sembra affatto un’esagerazione.
Carducci amava la compagnia, il vino, le tavolate lunghe. Non è solo aneddoto: alcune collaborazioni, secondo diverse testimonianze, venivano ricambiate anche con barili di Vernaccia.
Alla Scuola Normale di Pisa, dove la disciplina era rigida e la presenza alla messa obbligatoria, portava con sé un classico latino al posto del libro di preghiere.
Non una ribellione rumorosa.
Ma una linea già tracciata.

Una famiglia difficile
Dietro il professore rispettato c’è una storia familiare tutt’altro che lineare.
La morte del fratello Dante, nel 1857, resta uno dei punti più oscuri. La versione ufficiale parla di suicidio, ma alcune lettere private scritte anni dopo a Carolina Cristofori suggeriscono ricostruzioni meno limpide, legate a un litigio con il padre.
Non esiste una verità definitiva.
Ma resta una frattura.
L’anno successivo muore anche il padre. E Carducci, a poco più di vent’anni, si ritrova a reggere il peso della famiglia.
Nel 1870 perde la madre e il figlio Dante, morto a tre anni. Qui la scrittura cambia: sparisce la retorica, resta la registrazione nuda del dolore.

Carolina
Nel 1871 incontra Carolina Cristofori Piva.
Da quel momento in poi, la sua vita si sdoppia. Da una parte il professore, il poeta civile. Dall’altra una relazione lunga, intensa, segnata da più di cinquecento lettere.
Carolina entra nei versi con altri nomi, altre forme.
Ma resta.
Alcune ricostruzioni successive, basate su epistolari riemersi e restaurati, hanno anche ipotizzato l’esistenza di un figlio nato da quella relazione. È un punto ancora discusso, ma significativo di quanto quella storia sia stata, per decenni, parzialmente rimossa.

Gelosia
Carducci non era immune alla gelosia.
Quando Verga si avvicina troppo a Carolina, nelle lettere private compaiono attacchi che hanno poco a che fare con la critica letteraria e molto con una ferita personale.
Non è il vate.
È un uomo colpito.

La poesia che cancella
C’è un dettaglio che spiega più di altri il suo modo di lavorare.
Alcuni testi che oggi leggiamo come “civili” nascono da episodi privati. Viaggi, incontri, attese.
Poi vengono riscritti.
Ripuliti.
Trasformati.
Il caso di Momento epico è emblematico: nelle prime versioni era legato a un viaggio reale verso Carolina. Nelle versioni successive, tutto questo sparisce. Resta la forma, resta l’idea, ma la vita sotto viene cancellata.

…Addio, grassa Bologna! e voi di nera
Canape nel gran piano ondeggiamenti,
E voi pallidi in lunghe file a’ venti
Pioppi animati da l’estiva sera!

Ecco Ferrara l’epica. Leggera
La mole estense i merli alza ridenti,
E specchiando le nubi auree fuggenti
Canta del Po l’ondisona riviera….

È una tecnica.
E funziona.

E allora San Martino?
Eppure, se c’è una poesia che ha salvato Carducci dalla sua stessa statua, è proprio San Martino.
Quasi tutti la ricordano. Anche chi non legge più poesia. Forse perché non sembra neppure voler essere memorabile: entra piano, con la nebbia, con il vento, con l’odore del vino.

La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar….

Qui il professore arretra, il vate tace. Resta uno che guarda e che sa restituire una scena con una precisione quasi fisica. Il vino, il vento, il fumo, il borgo: non c’è niente di astratto, niente di monumentale.

È forse il Carducci migliore: quello che, invece di imporsi, osserva. Quello che non costruisce una posa, ma un’immagine. E infatti San Martino è rimasta. Non per dovere scolastico, ma perché si sente addosso.
È quasi ironico che il poeta tanto incline al marmo sia ricordato soprattutto per una poesia che profuma di tini, di spiedo, di sera d’autunno.

Il monumento e l’uomo
Per oltre un secolo abbiamo letto il vate.
Quello solenne, costruito, coerente. Funzionava bene. Era leggibile, insegnabile, ordinato.
L’uomo, invece, è arrivato dopo. Attraverso lettere, archivi, versioni meno controllate.
Ed è un uomo più irregolare, più contraddittorio, più vivo.

Oggi
Rileggere oggi Giosuè Carducci significa anche questo: non fermarsi al monumento.
Tra la figura pubblica, professore, senatore, premio Nobel, e l’uomo privato c’è una distanza. Ed è proprio lì che la sua scrittura diventa più interessante.
Il vate ha funzionato per un secolo.
L’uomo, forse, funziona meglio.

Fonti

  • Il leone e la pantera. Lettere d’amore a Lidia (1872–1878), a cura di Guido Davico Bonino, Salerno Editrice, 2010
  • Lidia a Giosuè. Frammenti di un epistolario, Archetipolibri, 2010
  • Epistolario carducciano, edizione Zanichelli (1938–1968)
  • Archivio Casa Carducci, Bologna
  • Opere

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Cristina
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