Siamo un’equazione
che non si chiude.
Aggiungo, tolgo,
riprovo a far tornare i conti
ma qualcosa
sfugge sempre.
Dividiamo il tempo
come se bastasse
per tenerci insieme.
Ma resta un resto
che non si cancella.
Ho sottratto me stessa
per fare spazio,
credendo fosse la soluzione.
E invece no.
C’è una misura
che non si trova.
Un punto
dove il segno uguale
non arriva.
E allora capisci
che non tutto
si può calcolare.
Alcune cose
non tornano.
E basta.





Questa poesia ha una cosa che molte poesie “intimiste” non hanno: una struttura coerente fino alla fine.
L’idea matematica non è solo decorativa, ma regge davvero il testo.
Equazione, conti, resto, sottrazione, misura, segno uguale: tutto appartiene allo stesso campo semantico e crea un linguaggio compatto.
Non sembra una parola infilata lì per fare effetto, funziona bene anche il tono trattenuto. Non implora, non teatralizza il dolore, non cerca immagini “poetiche” a tutti i costi. È quasi asciutta, e proprio per questo arriva.
Quel:
“Ho sottratto me stessa
per fare spazio”
è probabilmente il punto migliore del testo, perché dietro la semplicità contiene una dinamica umana molto riconoscibile: annullarsi per salvare qualcosa.
Anche il finale è intelligente, acuto.
“Alcune cose / non tornano. / E basta.” evita la tentazione della chiusa filosofica gigantesca.
Si ferma un attimo prima di spiegare troppo.
Detto questo, qualche limite c’è.
In certi punti il testo sfiora formule molto usate nella poesia contemporanea breve: “qualcosa sfugge sempre”, “tenersi insieme”, “fare spazio”, “non tutto si può calcolare”.
Sono espressioni efficaci, ma già molto usate.
La poesia, pur bella, resta in una zona di sicurezza emotiva e simbolica: elegante, leggibile, ma non davvero sorprendente.
Manca forse un dettaglio concreto, umano, imperfetto, qualcosa che spezzi leggermente la purezza del concetto matematico.
Così com’è, il testo è coerente e pulito, però rischia di sembrare quasi “troppo corretto”, come una riflessione ben costruita più che una ferita che prende forma.
Però nel complesso regge e regge bene.
E soprattutto non finge profondità con parole oscure, che oggi è già tantissimo.
Complimenti.
Ti ringrazio davvero per il tempo e la cura che hai dedicato alla lettura e al commento della mia poesia.
Ho apprezzato molto la tua analisi, soprattutto il fatto che tu abbia colto quanto il linguaggio matematico non sia decorativo ma parte naturale del mio modo di scrivere. Probabilmente dipende anche dal mio lavoro: facendo la contabile, vivo ogni giorno tra numeri, conti, sottrazioni ed equazioni, e tutto questo finisce inevitabilmente nei miei versi e in molte mie poesie.
E trovo molto interessante la tua osservazione sulla “pulizia” del testo. In realtà, nella versione originale c’erano anche dettagli più concreti come:
“i conti lasciati aperti sul tavolo”,
“una ricevuta piegata nel portafoglio”,
“il silenzio tra due cifre sullo schermo”.
Poi ho scelto di toglierli per lasciare la poesia in fase di pubblicazione più essenziale, ma il tuo commento mi ha fatto riflettere anche su questo, forse dovevo pubblicare la versione integrale?! Chi lo sa 🙂
Grazie davvero per la lettura attenta e sincera.