Sono ancorata come un relitto sulla spiaggia, ignara per scelta del sole che tenta di illuminarmi.
Non cammino avanti, non perché non possa, ma perché qualcosa mi trattiene: una rabbia silenziosa, repressa, vestita da ripicca morale verso me stessa.
E la cosa peggiore — nella migliore delle ipotesi — è sapere che questo comportamento è voluto, scelto.
Le parole non trapassano il foglio; la mia mente le incastra in una clessidra straniera.
Il tempo si piega, e ciò che vorrei dire esplode in un uragano senza redini né volontà, solo lettere ammassate, frasi che si sfiorano senza mai toccarsi davvero.
Anche se cercassi di domare questo caos, so che neanche le espressioni più forbite, neanche i pensieri più profondi, potrebbero rendere giustizia all’ingiustizia dei miei pensieri.
Sono prigioniera della mia stessa voce, che grida silenziosa, eppure non arriva mai.



Il testo mostra una padronanza del linguaggio figurato non comune, ma l’accumulo di metafore finisce per appesantire il discorso poetico, rendendo più difficile l’ingresso del lettore nel testo.
Molto bella la frase: “una rabbia silenziosa, vestita da ripicca morale verso me stessa”, che da sola vale più di molte altre immagini.
Sarebbe interessante vedere cosa accadrebbe partendo proprio da lì, lasciando respirare quella singola intuizione.
Benvenuta tra noi. 🙂
Grazie mille♥️